Vai al contenuto
Partiamo da qui

La mia storia col femminismo — Come ho smesso di esserlo

Tempo di lettura: 10 minuti
La mia storia col femminismo — Come ho smesso di esserlo
La mia storia col femminismo — Come ho smesso di esserlo

Nella prima parte ho raccontato come al femminismo ci sono arrivata: una bambina a cui il rosa stava stretto, un incontro in classe che me lo ha fatto sembrare un movimento capace di parlare a tutti, qualche anno di video divulgativi, e un’università in cui l’unico trattamento diverso che ho ricevuto in quanto donna è stato un trattamento di favore. Ne uscivo convinta di due cose: che il femminismo fosse una cosa buona, e che gli eccessi visti altrove fossero un problema altrui.

Le crepe, però, c’erano già. Quello che segue è il racconto di come si sono allargate.

Insieme ai veri femministi; inaspettatamente più sola di prima

A 21 anni sono stata selezionata per partecipare a una serie di incontri nientemeno che al Parlamento europeo di Bruxelles, organizzati dal partito dei Socialisti e Democratici (S&D). Insieme a me, una trentina di giovani provenienti da tutta Europa, con i background più disparati: attivisti, membri di partiti giovanili, studenti impegnati nel sociale, e persone semplicemente interessate a riflettere sulla parità di genere e i diritti civili, tra cui la sottoscritta. Un contesto stimolante, sulla carta perfetto.

Fin dal primo giorno, però, mi sono accorta che il femminismo – quello vero, praticato, militante – era l’unico filtro attraverso cui veniva letto ogni tema: violenza contro le donne, “my body, my choice”, diritti LGBTIQ+, autodeterminazione delle persone trans… tutto veniva affrontato da una sola prospettiva, quella femminista, con una convinzione così profonda e unanime da non lasciare spazio a sfumature, né tantomeno a dissenso.

Non che mi aspettassi pluralismo totale o dibattiti tra posizioni opposte (non pretendevo certo l’intervento di qualche associazione che considera l’omosessualità una grave depravazione e propone terapie riparative). Ma mi colpì, per esempio, come si desse per assodato che esistesse un gender pay gap puro – “per ogni dollaro guadagnato da un uomo, una donna guadagna 81 centesimi” – senza alcun accenno a fattori come ruolo, ore lavorate, scelta del settore, esperienza. Una semplificazione enorme per un tema che, proprio perché serio, avrebbe meritato un minimo di rigore.

L’impressione era quella di trovarmi in una stanza chiusa, dove una serie di persone già d’accordo su tutto se la cantavano e se la suonavano da soli. Nessuno metteva in discussione le premesse, e anzi sembrava sconsigliabile anche solo sollevare qualche perplessità, per non rompere l’armonia ideologica che reggeva tutto l’evento.

Eppure a detta di cimdrp si stava procedendo spediti verso la famosa “quinta ondata”, ossia un femminismo che includesse anche gli uomini e parlasse con loro, non solo di loro. Che affrontasse le sfide di genere insieme, non l’uno contro l’altro. Ma in quella realtà concreta, il mio primo incontro ravvicinato con un femminismo organizzato, questo spirito non si respirava.

Anzi, più passavano i giorni, più mi rendevo conto di quanto fosse palpabile, anche se mai esplicitato, un certo risentimento verso gli uomini. Il sottinteso era: certo che pure voi uomini potete partecipare… a patto che accettiate il vostro ruolo storico di privilegiati e vi mettiate in ascolto delle donne. Non c’era collaborazione alla pari, ma una sorta di confessione pubblica, di pentimento collettivo.

Quel clima mi lasciava perplessa, non solo per il messaggio che veicolava, ma anche per l’atteggiamento dei ragazzi presenti: tutti si mostravano perfettamente allineati, denunciando apertamente il patriarcato e parlando di sé come parte del problema. Da fuori poteva sembrare lodevole, mosso da spirito di solidarietà e desiderio di battersi per una causa giusta. Da dentro, però, mi chiedevo: lo fanno perché ci credono davvero, o perché devono?

Al tempo stesso, riflettevo, se persino gli uomini partecipanti riconoscevano il proprio “privilegio strutturale”, allora forse ero io a sbagliare. Se loro erano convinti che fosse giusto tacere, fare un passo indietro, chiedere scusa a nome del proprio genere, perché io sentivo il bisogno di dissentire? Che diritto avevo, io, di sentirmi a disagio?

Eppure quel disagio c’era. Silenzioso, crescente, mi diceva che qualcosa non tornava. Che quel femminismo che voleva insegnare la parità, nel momento in cui si strutturava e diventava istituzione, rischiava di perdere proprio le sue parti migliori: il dubbio, il dialogo aperto e il confronto, la crescita reciproca.

Continuavo a dirmi:

“Il femminismo in cui mi riconosco è diverso.”

Ma a quel punto il dubbio aveva già messo radici: e se quel femminismo “diverso” esistesse solo nella mia testa?

Chi critica è un maschio bianco etero

C’è voluto ancora qualche anno prima che mi rendessi conto che no, il femminismo in cui mi riconoscevo non era quello reale, o almeno non era quello predominante. Le premesse – l’uguaglianza tra i sessi, il rispetto reciproco, la libertà di scelta – erano condivisibili e, credo, genuine in molte delle persone che mi avevano avvicinata al movimento. Ma l’esecuzione concreta, i toni dominanti, i meccanismi interni… quelli raccontavano un’altra storia.

Anzi, col senno di poi, quasi tutto ciò che vedevo avrebbe dovuto mettermi in allerta: stessi slogan, stessa mentalità da guerra ideologica, stessi nemici designati che avevo visto criticati nei video di Lauren Chen e Sydney Watson. Solo, declinati in salsa italiana e con qualche anno di ritardo.

A dire il vero, per un periodo ero così convinta della bontà del femminismo che difendevo ogni sua rappresentante come se fosse una questione personale. Ricordo in particolare due episodi in cui la mia “beniamina” cimdrp venne criticata, e la mia reazione fu tutt’altro che lucida.

Il primo fu un battibecco con lo youtuber Dellimellow, nato da una critica all’affermazione di cimdrp secondo cui anche uno sguardo insistente è considerabile una forma di molestia. Il secondo fu un video-risposta, pacato ma critico, pubblicato da altri due youtuber, Barbaroffa e Rick Dufer, in cui si metteva in discussione l’idea che non si potesse parlare di razzismo verso i bianchi.

La mia reazione, istintiva e automatica, fu quella di classificare quei canali come “gente indegna di considerazione”: li misi mentalmente nella mia blacklist e smisi di seguirli, convinta che chi criticava una femminista impegnata per la parità fosse, per forza di cose, un maschilista. Non importava se le critiche fossero legittime, ben argomentate o espresse con rispetto: attaccavano una “dei miei”, quindi erano automaticamente dall’altra parte della barricata.

Col senno di poi, riconosco in quel riflesso la dinamica tipica di qualsiasi militanza ideologica: chi non è con noi è contro di noi, e non ha nemmeno diritto di parola.

Il femminismo ha perso la bussola… o forse l’ho persa io?

Non ricordo con precisione cosa abbia dato avvio al mio cambio di rotta: non c’è stata nessuna epifania, né un evento traumatico. Mi piace però immaginare che, da qualche parte, una vocina dentro di me si sia finalmente fatta sentire. Una vocina che diceva: “Aspetta un attimo. Questo modo di pensare ti appartiene davvero? O stai semplicemente seguendo una bandiera perché ci hai creduto troppo e per troppo tempo?”

Quella vocina ha iniziato a graffiare quando mi sono accorta che il mio atteggiamento, nei confronti delle critiche al femminismo e in particolare alla mia “eroina” di riferimento, era più simile a quello di una seguace fedele di un guru qualunque che non di una persona abituata a riflettere in modo critico. Allora ho deciso di fare qualcosa di molto semplice e molto difficile al tempo stesso: ascoltare.

Ascoltare senza l’armatura dell’ideologia; senza la necessità di difendere una posizione a tutti i costi; senza pensare in anticipo a come ribattere, ma solo per cercare di capire se qualcosa di quel discorso poteva avere senso.

E di senso ne aveva, eccome se ne aveva.

Più d’uno dei temi sollevati da chi criticava il femminismo – non per screditare le donne, ma per mettere in discussione il paradigma dominante – mi colpiva dritto nello stomaco.

  • Il concetto di patriarcato visto come causa universale di ogni male.
  • La retorica “uomini carnefici / donne vittime” come unico schema possibile.
  • La rimozione sistematica della responsabilità femminile nei conflitti.
  • La deriva vittimistica: lo status di vittima che ti protegge da qualsiasi critica e ti esenta da qualsiasi responsabilità.
  • Gli slogan semplici per spiegare concetti complessi.
  • L’uso disinvolto dei dati per sostenere una narrativa a senso unico.

“Femminismo significa parità di genere”, mi dicevano. Ma io vedevo un movimento sempre più spesso animato da disprezzo verso gli uomini, da desiderio di rivalsa, se non di vendetta. E vedevo persone che, nel tentativo di combattere un’ingiustizia, ne stavano costruendo un’altra.

Così mi ritrovavo a riguardare il video “Ho incontrato le femministe cattive” dopo un po’ di tempo, e faticavo a riconoscere cimdrp, ma forse ancora di più me stessa.

All’inizio, Irene rappresentava per me la “femminista buona”, ovvero ciò che io stessa volevo diventare: equilibrata, aperta al dialogo, contraria alla misandria, convinta che il coinvolgimento degli uomini sia parte della soluzione.

Del resto mi ero sempre sentita parte di quella linea: femminista, sì, ma con una visione costruttiva, inclusiva, capace di dialogare. Guardandolo a distanza di tempo, però, qualcosa era cambiato.

Irene, che un tempo difendeva la parità condivisa, mi appariva ora molto più vicina a quella radicalizzazione che allora sembrava criticare. E se persino lei, il mio riferimento più saldo, aveva attraversato quel confine… dove mi trovavo io, adesso? Se persino le “femministe buone” potevano diventare – o forse lo erano sempre state, e io non me ne ero accorta – parte di ciò che un tempo respingevano, allora era il momento di rimettere in discussione non solo loro, ma le mie certezze.

Non esistono “femministi buoni” e “femministi cattivi”. Esistono i femministi, punto. Esiste un movimento politico, con una sua visione del mondo e le sue priorità, che con il tempo si era allontanato sempre di più da ciò in cui credevo. E se questo era il risultato, non ero più sicura di voler continuare a farne parte.

Quando l’unico femminismo che ti rappresenta… è quello “sbagliato”

Più cercavo di capire quale fosse il “mio” femminismo, più mi rendevo conto che l’unico in cui riuscivo a riconoscermi (seppur con delle note vagamente stonate) era quello liberale, ossia il femminismo che invita le donne a emanciparsi usando gli strumenti già disponibili: studio, ambizione, lavoro, indipendenza economica. Per capirci, la visione incarnata da Sheryl Sandberg nel suo Lean In; libro molto apprezzato, ma forse ancor più detestato.

Bastava leggere un thread qualsiasi su Twitter o aprire un subreddit femminista per rendersi conto che proprio questa corrente era tra le più criticate: tacciata di servilismo, di connivenza con il capitalismo patriarcale, di essere un femminismo “neutro”, “borghese”, “individualista”, “che fa il gioco degli uomini”.

Il solo fatto che non volesse abbattere il sistema, ma entrare a farne parte da pari, sembrava bastare per considerarlo illegittimo. Il vero femminismo, mi si diceva, deve ambire alla distruzione del patriarcato, non imparare a vincere all’interno delle sue regole. Se non mira alla rivoluzione, allora non merita nemmeno di chiamarsi tale.

E allora mi chiedevo: possibile che l’unica corrente che non tratta, almeno di base, gli uomini come nemici e le donne come vittime eterne sia proprio quella più disprezzata dalle altre? Possibile che voler costruire qualcosa insieme, e non contro qualcuno, venga considerato una forma di debolezza?

Più che a un confronto tra idee diverse, mi sembrava di assistere a una gara di purezza ideologica. Inutile dire che io, ancora una volta, non rientravo nei parametri richiesti.

Risultato del test sul femminismo di IDRlabs: 71% femminismo liberale, 54% tradizionalismo, 39% femminismo marxista, 31% femminismo culturale, 30% femminismo radicale.

Anche il celebre test sul femminismo di IDRlabs.com mi collocava proprio lì, nel femminismo liberale. Ma persino quel test dava per scontato che la femminista io lo fossi comunque. Non prevedeva l’opzione: “forse non mi riconosco in nessuna di queste visioni; forse non sono femminista e basta.”

Stavo iniziando a pensare che forse, dopotutto, non mi ero persa lungo la strada: è che, semplicemente, la mia strada stava andando da un’altra parte. E più guardavo indietro, più mi sembrava che il cartello “femminismo” indicasse ormai una direzione in cui non volevo più andare.

La (copro)tempesta perfetta

Il punto di rottura, quello vero, è arrivato probabilmente con le shitstorm contro Marco Crepaldi, psicologo e divulgatore, colpevole di aver pubblicato una serie di video di critica al femminismo (anche verso contenuti di cimdrp), a tratti in modo provocatorio, ma sempre argomentato e puntuale.

Per due volte a distanza di pochi mesi, nel giro di ore Crepaldi è stato bersaglio a mezzo social (soprattutto Twitter e Instagram) di offese personali, accuse infondate, campagne coordinate per screditarlo, e infine persino di una segnalazione all’Ordine degli psicologi per una battuta infelice diretta a un’altra influencer femminista. Un comportamento che, nel suo insieme, è parso più vicino al linciaggio che a un confronto democratico.

Fino a quel momento avevo tirato avanti a definirmi femminista, nonostante le derive ideologiche, la crescente chiusura, il sospetto verso chiunque sollevasse dubbi e critiche. Continuavo a ripetermi che i peggiori esempi non rappresentavano il femminismo “vero”.

Eppure, la verità era davanti agli occhi: non erano eccezioni. Erano la norma.

Non ho cambiato idea per il comportamento di singole persone. Il vaso era già pieno: quelle shitstorm sono state solo la goccia che l’ha fatto traboccare.

Perché il punto non era chi fosse finito sommerso dalla valanga di merda: è capitato a Marco Crepaldi, ma sarebbe potuto succedere a chiunque. Il punto era la reazione, il meccanismo automatico per cui ogni critica – anche legittima, anche ben argomentata – veniva trasformata in un atto di violenza, un’aggressione intollerabile, un segnale da spegnere.

Il punto era che si stava creando un clima in cui dissentire non era più permesso. O meglio, magari lo era, in teoria, ma a un costo insostenibile in termini di reputazione e conseguenze legali, per non parlare della salute mentale.

Per una come me, che ha sempre creduto nel dialogo e nella possibilità del confronto, vedere così tante persone del “mio” gruppo comportarsi come chi vuole soltanto zittire l’altro, invece che rispondere nel merito, è stato devastante.

So che è una parola grossa, ma non ne trovo una più precisa: mi sono sentita tradita; non dal femminismo in sé, ma da quello che era diventato, e soprattutto da come le persone si sentivano legittimate ad agire portando avanti quella bandiera.

Quello è stato il momento in cui ho capito, senza più ambiguità, che quell’etichetta non faceva più per me.

La scritta «THE END ?» battuta a macchina su un foglio.

Game over (?)

Ed eccoci qui, dopo un lungo viaggio nel passato di un’ex femminista.

Penso che a questo punto sia chiaro perché non mi riconosco più sotto l’ombrello del femminismo; anzi, da allora altri episodi non hanno fatto che rafforzare questa decisione. Ma non è stata una rottura impulsiva, né un momento di disillusione passeggera: è stata una presa di posizione lucida e meditata, maturata nel tempo.

Ho raccolto le ragioni del mio distacco in una serie di articoli del blog, dove ho cercato di elencare con chiarezza i principali motivi che mi portano oggi a criticare il movimento femminista. Questo non è quindi stato un addio amaro, bensì un punto di svolta: la tappa necessaria per ripartire.

Perché no, non mi sono arresa. La partita contro il sessismo, le ingiustizie e gli stereotipi è tutt’altro che chiusa, e ho tutta l’intenzione di continuare a giocarla… a modo mio. Se dovrò farlo da sola, pazienza: preferisco avanzare in solitaria che farmi trascinare da una corrente che non riconosco più.

A chi mi chiede se mi “pento” di essere stata femminista, la risposta è semplice: no. La persona che sono oggi è anche frutto di quel percorso, e non rinnego né ciò che ho sostenuto né chi ho seguito, dato che in quel momento pensavo fosse la cosa giusta da fare. Il cambiamento nasce proprio da lì: dal coraggio di guardarsi indietro con onestà, e scegliere una strada diversa.

È questo lo spirito con cui è nato No True Feminist: non per distruggere, ma per ricostruire. Per tornare a parlare di parità, di diritti, di giustizia – senza slogan, senza ortodossie, senza paura di cambiare idea. In questo blog sto provando a farlo con metodo e con rigore, e con la libertà di chi non ha niente da difendere se non la propria coscienza.

Il mio obiettivo? Non è convincere nessuno, ma imparare. Studiare, mettere in discussione, ascoltare anche chi la pensa in modo diverso. Non ho più l’illusione di avere tutte le risposte, ma ho ancora il dovere di farmi le domande giuste. Questo blog è il mio modo per farlo, in libertà, senza bandiere da sventolare né fedeltà da dimostrare.

Non mi resta che augurare, a chi è approdato a questi lidi internettiani ma soprattutto a me stessa: buon viaggio.

Ricerca

...oppure