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Violenza di genere

Negazionismo della violenza di genere — Anatomia di un'accusa

Tempo di lettura: 15 minuti
Negazionismo della violenza di genere — Anatomia di un'accusa
Negazionismo della violenza di genere — Anatomia di un'accusa

Il 3 giugno, al Dipartimento di Psicologia dell’Università di Padova, la dott.ssa Fulvia Siano presenta il suo libro, La violenza invisibile: sguardi clinici e umani alla violenza oltre il genere. Siano è psicologa clinica e giuridica, consulente tecnica presso il tribunale di Milano, ed è presidente dell’Associazione Perseo – uno dei pochissimi centri antiviolenza in Italia che accolgono, oltre alle donne, anche uomini vittime di violenza.

A presentazione iniziata, un gruppo di attivisti transfemministi entra in aula e interrompe l’evento. Il messaggio è esplicito: «la sua presenza qua non è benvenuta». Dottoressa e co-relatrice invitano i contestatori a fermarsi e a discutere; l’invito viene respinto («non siamo qua per ascoltare questo dibattito») e il gruppo esce gridando uno slogan: «Lo stupratore non è malato, è figlio sano del patriarcato».

Video dell’interruzione all’UniPD ⤴️

Nei giorni successivi, due realtà territoriali commentano la vicenda. Non Una Di Meno Padova e Centro Veneto Progetti Donna diffondono comunicati che difendono la contestazione e rincarano le accuse.

Le parole che ricorrono, in entrambi, sono due. La prima è negazionismo: Perseo negherebbe l’esistenza della violenza di genere e la sua matrice patriarcale. La seconda è antiscientifico: le posizioni della dottoressa sarebbero contrarie al consenso della ricerca, e per questo indegne di uno spazio universitario.

L’episodio non è isolato. Chi segue questo blog sa che l’accusa di negazionismo circola con una certa regolarità nel dibattito italiano sul genere, e viene rivolta in modo abbastanza sistematico a chiunque metta in discussione la lettura femminista della violenza, o anche solo ne discuta l’esclusività: centri antiviolenza “oltre il genere”, ricercatori, divulgatori, progetti come questo.

Sono parole pesanti, a mio avviso non scelte a caso. Per questo vale la pena prenderle sul serio, alla lettera: cosa significa, esattamente, “negazionismo”? E soprattutto: l’accusa rivolta a Perseo, misurata sulla definizione del termine, regge?

Per rispondere, prima ricostruirò cosa si intende per negazionismo nell’uso consolidato, storico e scientifico, e quali sono le tecniche che lo caratterizzano. Poi metterò quella definizione accanto alle parole, testuali, dei due comunicati e degli interventi in aula. Le conclusioni, come sempre, le lascio a chi legge.

Negazionismo

Partiamo da dove è sempre saggio partire: dalla definizione.

Nell’accezione comune, il negazionismo è una corrente pseudostorica e pseudoscientifica che nega, contro ogni evidenza, l’accadimento di fenomeni storici accertati o la validità di risultati scientifici stabiliti.

L’esempio che viene in mente per primo, ed è quello che dà al termine tutto il suo peso, è la negazione della Shoah: la pretesa, contro una mole schiacciante di documenti, testimonianze e prove materiali, che lo sterminio degli ebrei d’Europa non sia avvenuto, o sia avvenuto in proporzioni radicalmente diverse da quelle accertate dalla storiografia. Sul versante scientifico, i casi che fanno scuola sono la negazione del nesso causale tra HIV e AIDS e quella del riscaldamento globale di origine antropica.

Già da questa prima ricognizione emerge il tratto che definisce il fenomeno, e che conviene fissare subito perché ci servirà per tutto il resto dell’articolo: il negazionismo si esercita sempre su un fatto accertato, e procede contro l’evidenza disponibile. Chi nega la Shoah non avanza una lettura alternativa di un fenomeno controverso: respinge un evento documentato oltre ogni ragionevole dubbio. E chi nega che l’HIV causi l’AIDS non sta partecipando a un dibattito scientifico ancora aperto, dato che su quel nesso la ricerca ha da tempo raggiunto una convergenza pressoché unanime, fondata su evidenze concordi e indipendenti.

Il come lo si fa è istruttivo quanto il cosa. La letteratura sul negazionismo ha infatti descritto in dettaglio le tattiche ricorrenti, e una sintesi classica è lo schema FLICC, acronimo di Fake experts, Logical fallacies, Impossible expectations, Cherry picking, Conspiracy theories: falsi esperti, fallacie logiche, pretese irrealistiche verso le prove, selezione interessata dei dati, teorie del complotto.

È uno schema nato per descrivere il negazionismo scientifico, e circola spesso anche in ambienti progressisti e femministi come strumento per riconoscere la disinformazione. Tenetelo a mente, perché ci servirà dopo.

FLICC - le tecniche del negazionismo

Il framework FLICC delle tecniche del negazionismo, da Wikipedia

Due osservazioni dalla letteratura meritano di essere isolate, perché torneranno utili più avanti.

La prima riguarda il rapporto del negazionista con i numeri. Una tattica tipica è quella di fare leva sull’inevitabile indeterminatezza di cifre e statistiche: nessuna misurazione di un fenomeno complesso è perfetta (ad esempio, la cifra di 6 milioni di ebrei vittime dello sterminio nazista è ovviamente una stima, essendo impossibile conoscere la lista completa delle vittime), ed è proprio in quel margine di incertezza che il negazionista si insedia; non per affinare la stima ma per liquidare in blocco i dati che contraddicono la tesi: le statistiche scomode non vengono nemmeno discusse, le si dichiara inattendibili in partenza.

La seconda riguarda il rapporto con i documenti che non confermano la propria posizione. È il criterio emerso con particolare nitidezza dal caso di David Irving, lo storico negazionista che fece causa per diffamazione a Deborah Lipstadt, perdendola rovinosamente. La perizia che ne smontò il metodo fissò una distinzione fondamentale: lo studioso serio non nasconde le evidenze con cui è in disaccordo, le affronta, e a volte cambia idea; il negazionista, all’opposto, tiene ciò che conferma e accantona ciò che lo disturba. La linea di demarcazione tra ricerca e negazionismo, insomma, non sta nelle conclusioni a cui si arriva, ma nel modo in cui si trattano le prove 1.

Ricapitolando, il negazionismo propriamente detto ha tre ingredienti: un fatto accertato al di là di ogni ragionevole dubbio; una negazione che procede contro l’evidenza disponibile, anziché a partire da essa; e un repertorio riconoscibile di tecniche per immunizzare la propria tesi: squalifica preventiva dei dati, selezione delle prove, rifiuto del confronto nel merito.

Di questi tre ingredienti, il primo è anche quello decisivo: il negazionismo si definisce sempre rispetto a un fatto stabilito. Negare la Shoah è negazionismo perché lo sterminio di milioni di ebrei è un fatto; negare il nesso HIV–AIDS lo è perché quel nesso è un risultato consolidato. Un’interpretazione contesa, invece, non si può negare nello stesso senso in cui si nega un fatto: il dissenso su una cornice teorica ha un altro nome, e fa parte del normale funzionamento della ricerca.

Per capire se l’accusa rivolta a Perseo regge, la domanda da porsi quindi è: ciò che Perseo “negherebbe” è un fatto accertato, o un’interpretazione? È qui che comincia il problema.

Fatto o interpretazione?

Dare del negazionista a chi mette in discussione la lettura patriarcale della violenza ha senso a una sola condizione: che quella lettura sia un fatto accertato e non una cornice interpretativa; che stia cioè, sul piano delle prove, dove stanno la Shoah o il nesso tra HIV e AIDS. È un presupposto enorme, e viene dato per scontato senza mai essere argomentato.

Conviene allora separare con cura due piani che i comunicati mettono insieme.

Sul primo ci sono i fatti, e nessuno – Perseo in primis – li nega: la violenza esiste; molte donne vengono malmenate o uccise dai loro partner o ex partner; il fenomeno assume talvolta dimensioni drammatiche e, in alcune sue forme, una marcata asimmetria di genere, a partire dagli omicidi in ambito relazionale. Si tratta di dati, e si possono misurare.

Sul secondo piano c’è la spiegazione di questi fatti: l’ipotesi che la causa profonda sia “la struttura patriarcale della società”. Qui non siamo più davanti a un dato, bensì a una tesi interpretativa: legittima, sostenuta da una parte della letteratura, eppure discussa, e tutt’altro che unanime perfino dentro le scienze sociali, dove convivono modelli rivali o complementari che a quella spiegazione assegnano pesi molto diversi.

Il punto è semplice e dirimente: un fatto si può negare, una tesi interpretativa no – la si discute. E il dissenso da una cornice teorica contesa, lo abbiamo già detto, porta un altro nome: è il modo ordinario in cui lavora il dibattito scientifico.

Ed è qui che i comunicati compiono la mossa decisiva, spesso senza accorgersene. Scrive Centro Veneto Progetti Donna:

«La violenza di genere non è un’opinione. Affermare il contrario significa negare la realtà.»

La frase è inattaccabile finché parla del primo piano: la violenza non è un’opinione, è un fatto. Solo che viene usata per difendere il secondo, cioè la spiegazione patriarcale di quella violenza, che invece una tesi lo è eccome, per quanto se ne possa essere convinti. Far scivolare l’interpretazione dentro la categoria della “realtà” è il passaggio su cui poggia l’intera accusa: una volta che la tua lettura coincide con “la realtà”, chi prova a discuterla la sta negando.

Lo stesso meccanismo, ancora più scoperto, nel comunicato di Non Una Di Meno:

«Il patriarcato esiste, lo sappiamo benissimo, la realtà ce lo dimostra costantemente.»

Su questa frase tornerò più avanti, perché ha una struttura logica tutta sua. Per ora basti notare il modo in cui la tesi viene trattata: non come un’ipotesi da sostenere con argomenti, ma come una premessa indiscutibile, vera per definizione.

Una volta riconosciuto lo slittamento, la natura logica dell’accusa viene allo scoperto. Chiamare “negazionista” chi dissente da una tesi squalifica il dissenso per decreto, anziché confutarlo. È una petitio principii nella sua forma più limpida: si assume come stabilito (la verità della lettura patriarcale) esattamente ciò che dovrebbe essere in discussione.

Tutto questo varrebbe anche se Perseo rifiutasse davvero in blocco la cornice patriarcale. Ma, e qui si apre la seconda parte della questione, non è nemmeno questo che succede.

Cosa nega davvero Perseo?

Chiediamocelo sul serio: cosa, di preciso, Perseo negherebbe?

Qui i due comunicati si tradiscono da soli, perché oscillano di continuo tra due affermazioni che non sono affatto la stessa cosa: negare che la violenza di genere esista e negare che il patriarcato ne sia la spiegazione unica, o prevalente. La prima sarebbe, in effetti, la negazione di un fatto; la seconda, soltanto dissenso interpretativo.

Guardiamo Non Una Di Meno:

«Tale associazione nega l’esistenza del fenomeno della violenza di genere, sostenendo che chiunque, a prescindere dal genere, può agire violenza.»

Il quindi implicito non regge: da “chiunque può agire violenza” non deriva in alcun modo “la violenza di genere non esiste”. Sono affermazioni perfettamente compatibili, perché si può sostenere insieme che esista una violenza con una precisa connotazione di genere e che la violenza in quanto tale non abbia un sesso. E c’è un problema ulteriore: l’accusa è anche materialmente falsa, dal momento che Perseo accoglie pure le donne che hanno subìto violenza di genere.

Riconoscere che la violenza è bidirezionale, e che può colpire anche gli uomini, non toglie nulla alla violenza sulle donne: a un fenomeno se ne affianca un altro, senza che il primo sparisca.

Il Centro Veneto compie la stessa operazione:

«Parlare di violenza contro le persone significa negare l’esistenza del fenomeno strutturale della violenza di genere.»

È un non sequitur allo stato puro. Dire che la violenza riguarda le persone, uomini compresi, non equivale a negare che ne esista una dimensione strutturale e di genere: la seconda proposizione non è contenuta nella prima, ce la aggiungono loro. È, di nuovo, il punto in contestazione spacciato per ovvietà.

Nel momento in cui provano a dire cosa andrebbe fatto al posto di “trattare la violenza come una questione individuale”, la tagliola scatta:

«[…] quando invece va inquadrato come un fenomeno sistemico e di carattere culturale.»

Individuale oppure sistemico, l’uno contro l’altro: è una falsa dicotomia. La realtà clinica non chiede di scegliere tra l’individuo e il contesto, li tiene insieme – ed esiste da decenni un quadro consolidato che fa esattamente questo: il modello ecologico della violenza, che integra in un’unica cornice fattori individuali, relazionali, comunitari e sociali 2. In quel modello la dimensione culturale è uno dei livelli, non l’intera spiegazione: è, alla lettera, la lettura multifattoriale che Siano rivendica e che i comunicati trattano da negazionismo.

Ma la prova più netta non sta nei comunicati scritti. Sta in aula, nel momento stesso della contestazione, quando la co-relatrice ripete cosa era stato appena detto:

[…] «la dott.ssa Siano aveva appena finito di dire “Io non ho mai negato l’effetto della cultura”. C’è un capitolo apposta [nel libro]; la dott.ssa Siano non nega la presenza del patriarcato. […] non possiamo spiegare la violenza come dovuta solo a una causa che è il patriarcato, perché dal punto di vista psicologico ci sono tutta una serie di fattori che interagiscono tra di loro.»

E Siano, poco dopo:

«La componente patriarcale, o comunque la componente culturale, è un pezzettino, non è la spiegazione intera; la lettura clinica deve essere multifattoriale.»

Difficile immaginare una smentita più diretta dell’accusa. Siano non solo non nega il patriarcato: lo include esplicitamente, gli dedica un capitolo, e rivendica una lettura multifattoriale in cui la dimensione culturale è una componente tra le tante. È piuttosto chiaro che l’accusa di negazionismo, qui, non nasce dalla lettura del libro né dall’ascolto della relazione, ma dal non aver ascoltato.

C’è un’ultima ironia, e tocca l’altra metà dell’accusa, quella di “antiscientificità”, rivolta a una psicologa clinica e giuridica, nonché una professionista che lavora ogni giorno a contatto con persone vittime di violenza: esattamente il profilo di competenza che ci si aspetterebbe di ascoltare, su questo tema, in una facoltà di psicologia. Il capo d’imputazione del “falso esperto”, uno dei cinque dello schema FLICC, finisce per rivoltarsi contro chi lo solleva.

Messa così, l’accusa si capovolge. Perseo non nega la cornice patriarcale, solo rifiuta di trattarla come l’unica lente; e declinare l’esclusività di un’interpretazione non è negazionismo, ma dissenso scientifico: quel confronto tra ipotesi rivali che dovrebbe abitare di diritto un’aula universitaria, e che invece quel giorno, in quell’aula, alcuni membri di quella stessa università hanno cercato di impedire.

E se applicassimo la griglia a chi accusa?

Arrivati qui, una tentazione va disinnescata subito, perché è proprio quella che sto criticando. Non sto per sostenere che NUDM e il Centro Veneto siano “i veri negazionisti”: sarebbe la stessa scorciatoia dell’etichetta usata come clava, che trovo sbagliata quando viene puntata contro Perseo. Quello che si può fare, però, è un esercizio più onesto e interessante: prendere la griglia tecnica del negazionismo, ossia lo schema FLICC, e applicarla ai due comunicati e agli interventi in aula. Non per emettere una condanna, ma per vedere quali di quelle tecniche siano effettivamente in uso. Quel che ne esce è istruttivo.

La più evidente, e non a caso la più grave, è la prima della lista: l’immunità alle prove. Ciò che rende scientifica una tesi è la sua falsificabilità: l’essere esposta, in linea di principio, alla prova che potrebbe smentirla. Una tesi che si sottrae a quella prova non è più scienza, è dogma. È la lezione di Popper, ridotta all’osso. Ora prendiamo questa frase, pronunciata durante la contestazione:

«non siamo disposti ad accettare che sia messa in discussione la matrice culturale».

Una tesi che per principio non può essere messa in discussione è, in senso stretto, una tesi sottratta al metodo scientifico, dichiarata tale, per giunta, da chi nello stesso momento accusa l’altra parte di antiscientificità. Lo stesso movimento ritorna nel comunicato di NUDM:

«Il patriarcato esiste, la realtà ce lo dimostra costantemente.»

La sua struttura è circolare: la tesi viene confermata dalla realtà, ma è la tesi stessa a stabilire cosa, nella realtà, conti come conferma. Se ogni cosa che accade “dimostra” il patriarcato, allora niente potrà mai smentirlo, e una tesi che nessun fatto può falsificare ha smesso di essere una tesi empirica.

Da qui deriva tutto il resto. Se la conclusione è blindata in partenza, i dati che non vi si accordano vanno neutralizzati, e NUDM lo fa ricorrendo a una tattica negazionista che abbiamo già incontrato: appoggiarsi all’inevitabile imprecisione delle statistiche.

«Basta guardare qualsiasi statistica – sebbene, come sappiamo, anche le statistiche sono falsate dall’elevato numero di donne […] che, per paura, non denunciano le violenze subite.»

Si noti la doppia mossa: le statistiche sono prova schiacciante («basta guardarle») e, insieme, sono «falsate». I numeri, cioè, valgono quando confermano e vanno corretti al rialzo quando no. E attenzione: il sommerso esiste, e che molte donne non denuncino è un fatto documentato. Il problema è invocarlo a senso unico, perché il sommerso degli uomini vittima, di cui in Italia non esistono nemmeno rilevazioni sistematiche paragonabili, nel ragionamento non compare mai.

Quando poi il dato scomodo non è una statistica ma una persona in carne e ossa, la neutralizzazione diventa quasi letterale. Davanti al caso clinico del ragazzo di vent’anni, stuprato e mai preso in carico, la risposta è:

«Noi non siamo qui per ascoltare i suoi casi clinici […] non siamo qua per ascoltare questo dibattito!»

Non è nemmeno la selezione delle prove di cui parlavo a proposito di Irving: lì lo studioso almeno il documento scomodo lo guarda, prima di accantonarlo. Qui il dato viene rifiutato prima ancora di essere ascoltato. È una mossa su cui tornerò, perché dice molto sul tipo di confronto che quel giorno è stato possibile.

Altre tecniche affiorano quasi da sole, e mi limito a segnalarle.

C’è la falsa autorità, quando si cita la Convenzione di Istanbul come se chiudesse la questione sul piano scientifico: ma la Convenzione è un testo politico-giuridico, non un risultato di ricerca, e un trattato non “dimostra” una tesi causale più di quanto una legge dimostri un teorema.

C’è la contraddizione interna, quando la lettura patriarcale viene descritta nello stesso intervento come la spiegazione dominante – «quella che vediamo ai telegiornali, nei media, nei giornali» – e, poche frasi più in là, come una lettura «marginalizzata»: delle due, l’una.

E c’è perfino una contraddizione di fondo: si invoca la scienza come arbitro della disputa e al contempo si liquida come «cavolata» l’idea stessa che esista una conoscenza «neutra ed empirica». Ma è una pretesa che si morde la coda. Se nessuno sguardo è davvero neutrale, allora non lo è neppure quello di chi accusa – e l’accusa di «antiscientificità» perde ogni terreno su cui poggiare, perché non esiste più una scienza neutra in nome della quale formularla.

Una precisazione, perché l’esercizio non si rovesci nel suo contrario. La griglia FLICC non appartiene a uno schieramento: si applica a chiunque, e il “fronte critico” verso il paradigma di genere non ne è immune. Anche lì si trovano studi isolati spacciati per la regola, esperti improvvisati, semplificazioni grossolane, e quando capita è negazionismo nel metodo esattamente come lo sarebbe dall’altra parte. È proprio questo il punto: la griglia giudica il modo in cui si argomenta, non la squadra per cui si tifa. Applicarla solo agli avversari sarebbe già un modo di tradirla.

Per questo non sto contando i punti per assegnare un’etichetta; piuttosto, sto mostrando che la stessa griglia con cui si accusa Perseo, applicata con onestà, aderisce ai due comunicati con sorprendente precisione. Non prova che chi li ha scritti sia “negazionista”, ma che l’accusa è stata lanciata senza alcuna consapevolezza di quanto fosse rivolgibile a chi la pronunciava.

L’obiezione più seria

Fin qui ho avuto gioco relativamente facile, perché comunicati e slogan sono testi militanti, scritti per la piazza più che per un seminario. Ma esiste un’obiezione di tutt’altro spessore, ed è la più seria che si possa muovere a questo articolo.

Nessuna ricerca degna di questo nome, sul tema della violenza, è davvero monocausale. Nessuno studioso serio sostiene che il patriarcato sia la causa, unica e sufficiente, di ogni violenza: la letteratura femminista più avvertita parla da decenni di multifattorialità, e intende il patriarcato non come la causa singola, ma come il contesto culturale che rende certe forme di violenza più probabili, più tollerate, più invisibili. Quando i critici se la prendono con “il patriarcato come causa unica”, dunque, attaccherebbero una posizione ingenua che la ricerca seria non sostiene: un fantoccio.

Su un punto l’obiezione ha ragione, e va concesso: se si cerca un paper che dichiari, nero su bianco, “il patriarcato è l’unica causa della violenza”, si insegue un fantasma. Non lo si trova, e chi lo agita come bersaglio combatte davvero contro un fantoccio.

Solo che, nella sua versione più forte, l’obiezione nasconde un salto: dalla constatazione che nessuno è letteralmente monocausale si scivola alla conclusione che la cornice patriarcale sia, perciò, ben fondata, e la ricerca che la sostiene in buona salute metodologica. Non lo è automaticamente. E i problemi documentati restano: cosa significhi, in termini misurabili, “patriarcato” è spesso lasciato nel vago, e la cornice tende – l’abbiamo visto – a farsi refrattaria ai dati che la complicano 3.

C’è poi una questione di onere della prova che conviene mettere in chiaro. Non tocca a me dimostrare che il patriarcato non spieghi la violenza: tocca a chi afferma che la spieghi – e di norma sono gli stessi che esaltano senza riserve la solidità degli studi sociologici – portare quegli studi e mostrare che reggono. Finché quell’onere resta inevaso, la posizione ragionevole non è l’adesione, ma la sospensione del giudizio. Che non significa affatto negare che il patriarcato giochi un qualche ruolo: significa non accettarlo come fatto stabilito solo perché ripetuto con sufficiente insistenza.

Presa sul serio, inoltre, questa obiezione si ritorce contro chi l’ha sollevata. Se la lettura multifattoriale è il vero volto del femminismo accademico, allora i due comunicati non lo rappresentano: trattano da “negazionista” esattamente chi una lettura multifattoriale la propone, cioè Siano, che la rivendica per professione. Non si può difendere l’accusa appoggiandosi alla raffinatezza della letteratura e, nello stesso tempo, applaudire comunicati che di quella raffinatezza non conservano traccia. O la ricerca seria è multifattoriale, e allora Perseo sta dalla sua parte; oppure conta ciò che gridano i comunicati, e allora la posizione monocausale è semmai la loro.

In aula, gli stessi contestatori rivendicano di tenere insieme «tante spiegazioni, intersecate tra di loro: di classe, economica, clinica, scientifica», cioè la multifattorialità. Eppure pochi istanti dopo escono gridando: «Lo stupratore non è malato, è figlio sano del patriarcato», che è la formula monocausale per eccellenza, al punto da negare qualsiasi dimensione clinica – «non è malato» – proprio mentre la psicologa che hanno di fronte chiede di tenerla insieme alle altre.

L’obiezione, dunque, è la migliore difesa possibile del femminismo come progetto intellettuale; ma è anche, parola per parola, l’atto d’accusa più severo verso questi contestatori, che quel progetto dicono di rappresentare e intanto smentiscono.

Perché la parola conta

Per concludere, vale la pena chiedersi perché «negazionismo» venga ripetuto con tale insistenza. Dare del negazionista a chi dissente non apre una discussione, la chiude in partenza, perché ridefinisce l’altro come qualcuno che nega la realtà.

È qui che la parola smette di essere una diagnosi e diventa uno strumento: un’etichetta pronta all’uso, da applicare a chi va messo a tacere prima ancora di essere ascoltato. Il dissenso diventa eresia, e un eretico non lo si confuta: lo si mette a tacere. È, ancora una volta, il rovescio esatto del metodo scientifico, che le proprie tesi non le ripara dalla critica ma ce le espone apposta, perché solo nel tentativo di smentirle si vede se tengono.

Avevo promesso di tornare sul «non siamo qua per ascoltare». Quel rifiuto non riguardava un singolo caso clinico: la stessa postura riaffiora, ingrandita, in ciò che faceva da sfondo all’intera contestazione, cioè la richiesta che l’università, semplicemente, non ospitasse l’evento. Non “chiediamo un contraddittorio”, ma “questa cosa, qui, non si deve dire”.

Ed è qui che la vicenda offre la sua ironia più limpida. Alla richiesta di cancellazione, il Dipartimento ha risposto rivendicando il proprio compito: «promuovere il confronto critico tra approcci, prospettive e risultati di ricerca, purché presentati nel rispetto del metodo scientifico e del dibattito accademico». La difesa del confronto aperto è arrivata dall’istituzione accusata di dare spazio all’antiscienza; la richiesta di soffocarlo, da chi quell’accusa la muoveva. A guardar bene, chi dei due si stava comportando da scienziato?

C’è un’ultima considerazione, e arriva dalla storia del negazionismo vero. Quando in Italia si è discusso se punire per legge la negazione della Shoah, diversi intellettuali si opposero, tra cui Stefano Levi Della Torre, per una ragione che vale la pena ascoltare anche qui:

«Penso sia aberrante colpire per legge reati di opinione, anche perché ciò propone indirettamente che esista una verità ufficiale sancita per legge. La falsità per legge presuppone una verità per legge, e questo è un’idea familiare alle inquisizioni e ai totalitarismi, e ostica per la democrazia e per la ricerca scientifica.»

— Stefano Levi Della Torre,Morashà, 30 ottobre 2010

Va specificato che a Padova nessuno ha invocato il codice penale: si è protestato, e si è chiesto a un’università di non ospitare un evento. Protestare, anche rumorosamente, è a sua volta libertà d’espressione, ed era nel pieno diritto dei contestatori. Ma c’è una soglia.

Pretendere che l’evento non si tenga, e interromperlo affinché non si svolga, non è più esprimere il proprio dissenso: è impedire che l’altro esprima il suo. È la stessa pulsione che Levi Della Torre vedeva nella norma penale – l’idea che esista una verità ufficiale, e che ciò che la contraddice non vada confutato ma rimosso – in forma più blanda, ma sullo stesso continuum. E qui vale ancora di più, perché non parliamo nemmeno di un fatto accertato come la Shoah, ma di una tesi interpretativa contesa promossa al rango di verità intoccabile.

Alla fine la domanda su chi sia “il vero negazionista” conta meno di quella che le sta sotto. Quel giorno, a Padova, qualcuno è entrato in un’aula non per confutare una tesi, ma per impedire che venisse espressa. E se l’accusa di negazionismo serve a questo – a stabilire in anticipo cosa si può pronunciare in un luogo che esiste apposta per discuterne – allora a rimetterci non è una psicologa, né un centro antiviolenza. È la possibilità stessa di distinguere, con lucidità e con i dati, il vero dal falso: che è poi l’unica cosa capace di aiutare davvero le vittime. Tutte.


Note

Footnotes

  1. Un’obiezione onesta che vale la pena porsi: e se un domani emergessero prove solide che un fatto ritenuto certo è falso, o vero solo in parte? Accusare di negazionismo chi le porta, per il solo fatto che contraddicono il consenso, sarebbe antiscientifico quanto la negazione che si vorrebbe combattere, perché renderebbe una tesi infalsificabile per decreto.

    Ma è qui che il criterio ci salva: ciò che distingue il revisionista legittimo dal negazionista non è la conclusione a cui arriva, è il metodo con cui ci arriva. Il primo affronta tutte le prove, compreso ciò che lo smentisce, e si addossa un onere proporzionato a quanto pretende di ribaltare; il secondo sceglie i dati che gli convengono, evoca complotti e si circonda di esperti compiacenti.

    Mettere in discussione un fatto con metodo è scienza, ed è esattamente ciò che in aula faceva chi è stato zittito, e che i negazionisti, invece, non fanno.

  2. Il modello ecologico è oggi il quadro di riferimento più diffuso per lo studio della violenza. Introdotto per la violenza contro le donne da Lori Heise (1998) e poi adottato dall’OMS nel World Report on Violence and Health (2002), organizza i fattori di rischio su quattro livelli che interagiscono tra loro: individuale (storia personale, età, abuso subìto, uso di sostanze), relazionale (dinamiche con partner, familiari, pari), comunitario (scuola, lavoro, vicinato) e sociale (norme culturali e di genere, disuguaglianze economiche, politiche pubbliche).

    La dimensione “patriarcale” o culturale vi compare – al livello sociale – come uno dei fattori in gioco, non come la causa unica: il che è esattamente la lettura multifattoriale che la dott.ssa Siano rivendica, e che il modello istituzionalmente più accreditato dà per acquisita.

    Fonti:

    • L. Heise, Violence Against Women: An Integrated, Ecological Framework, «Violence Against Women», 1998
    • E. Krug et al. (a cura di), World Report on Violence and Health, OMS, 2002
  3. Il caso forse più influente è il cosiddetto modello Duluth (Minnesota, primi anni Ottanta), per decenni il programma di riferimento per gli uomini autori di violenza domestica, spesso imposto dai tribunali, soprattutto in America. Il suo impianto, dalla celebre “ruota del potere e del controllo” in giù, è dichiaratamente fondato sull’ideologia patriarcale come causa della violenza: qui la causa unica non è un fantoccio dei critici, ma l’architettura del modello.

    Donald Dutton e Kenneth Corvo lo hanno definito un “paradigma impermeabile ai dati”, osservando che la tesi secondo cui sarebbero le credenze patriarcali a causare la violenza ha un supporto empirico esiguo.

    Negli anni il modello è stato in più punti rivisto, e in alcuni contesti (per esempio nello stato dell’Iowa) sostituito da alternative, pur restando il programma più diffuso; ma il punto non è se “funzioni” – tutti gli interventi del genere mostrano effetti al più modesti – bensì che per decenni una sola cornice esplicativa sia stata istituzionalizzata e mantenuta anche contro i dati che la incrinavano.

    Cfr. D.G. Dutton & K. Corvo, The Duluth Model: A data-impervious paradigm and a failed strategy, «Aggression and Violent Behavior», 2007.

    Per la replica dei sostenitori, M. Paymar & G. Barnes, Countering Confusion about the Duluth Model.