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Violenza di genere

Oltre la CTS — tipologie di violenza e il dibattito sulla simmetria di genere

Tempo di lettura: 14 minuti
Oltre la CTS — tipologie di violenza e il dibattito sulla simmetria di genere
Oltre la CTS — tipologie di violenza e il dibattito sulla simmetria di genere

Precedentemente abbiamo visto che la CTS è uno strumento utile ma non esaustivo: le critiche metodologiche più solide sono genuine e richiedono integrazione con altri approcci.

La domanda che resta aperta è: se la CTS da sola non basta, cosa dovrebbe affiancarla o sostituirla?

Negli anni 2000 sono emersi alcuni tentativi di risposta: uno tassonomico (Johnson), che propone di distinguere tipi qualitativamente diversi di violenza tra partner; e uno concettuale (Stark), che sposta il fuoco dai singoli atti al pattern complessivo di dominio. A questi si affianca una famiglia di fonti alternative – statistiche criminali, dati ospedalieri, dati sugli omicidi – ciascuna con i propri bias noti.

La tipologia di Johnson

Michael Johnson parte dalla già menzionata osservazione di Kimmel: le due letterature sulla violenza tra partner producono risultati sistematicamente diversi, e confrontarle come se misurassero la stessa cosa è un errore. Invece di prendere posizione su quale sia “giusta”, Johnson suggerisce che stiano misurando fenomeni differenti.

La risposta è una tassonomia. Nella versione originale del 1995 distingue due tipi principali; successivamente [Johnson 2008] la sviluppa in quattro categorie:

  • Terrorismo intimo (“Intimate terrorism”): violenza inserita in un pattern generale di controllo coercitivo. Prevalentemente ma non esclusivamente maschile. Gravità alta, tendenza all’escalation nel tempo, lesioni frequenti. Johnson l’aveva originariamente chiamato “terrorismo patriarcale” [Johnson 1995], rinominandolo poi intimate terrorism [Johnson & Ferraro 2000] per rimuovere il riferimento causale al patriarcato – pur continuando a sostenere che, nei campioni eterosessuali, si tratta di un fenomeno prevalentemente maschile.

  • Resistenza violenta (“Violent resistance”): la risposta violenta della vittima di intimate terrorism. Prevalentemente femminile.

  • Violenza situazionale di coppia (“Situational couple violence”): episodi che emergono da conflitti specifici, senza un pattern di controllo sottostante, tipicamente meno gravi e distribuiti in modo più simmetrico per genere.

  • Controllo violento reciproco (“Mutual violent control”): entrambi i partner usano violenza per esercitare controllo. Più raro.

Il passaggio chiave – motivo per cui Johnson è diventato il riferimento obbligatorio nel campo – è la previsione empirica sulla categoria in cui finiscano diversi tipi di dati.

Gli studi basati sulle statistiche della polizia, dei CAV e dei tribunali sovra-campionano l’intimate terrorism (IT), per ragioni ovvie: genera denunce, lesioni gravi, ricorso a servizi. I sondaggi comunitari sovra-campionano invece la situational couple violence (SCV), che è più diffusa nella popolazione generale e di rado diventa parte di statistiche istituzionali.

Entrambe le letterature sono quindi empiricamente corrette – ma parlano di popolazioni diverse, e la simmetria di genere “reale” dipende da quale si sta guardando.

Critiche alla tipologia

Le critiche a Johnson vengono da direzioni diverse.

Fondamento empirico e uso applicativo

Dal lato femminista, Joan Meier ha mosso una critica empirica puntuale alla tipologia [Meier 2015]. Riesaminando le analisi su cui si fonda la tesi di prevalenza, Meier mostra che:

  • negli stessi dati che Johnson considera fondativi, una quota consistente di coppie nei campioni dei CAV risulta classificata come situational, cosa che lo stesso Johnson definisce “sorprendente” e che incrina la distinzione tra i due tipi;
  • il cut-point con cui Johnson distingue IT da SCV (tre o più comportamenti di controllo) è arbitrario, e una ricerca successiva [Frye et al. 2006], adottando una soglia più bassa, trova risultati opposti a quelli di Johnson, con la violenza control-based come forma più comune e SCV come la meno comune.

Meier aggiunge una critica applicativa: l’etichetta “situational couple violence” viene ormai usata nei tribunali statunitensi della giustizia minorile per minimizzare storie di violenza documentate, anche in casi con ordini di protezione o condanne penali pregresse.

Campionamento asimmetrico e IT femminile

Dal lato critico opposto, Donald Dutton [Dutton 2006] muove una critica empirica speculare: i campioni fondativi di Johnson vengono in larga parte dai CAV, dove il controlling behavior subìto viene misurato solo sulle donne.

Quando la stessa scala di controllo viene applicata simmetricamente a entrambi i sessi in un campione rappresentativo, l’asimmetria di genere resta, ma è molto meno marcata di quella che il framework di Johnson lascia intendere, ed emerge una categoria non contemplata da Johnson: un IT femminile numericamente non trascurabile.

Dutton aggiunge che, anche nei dati classici [Stets & Straus 1992], il profilo del “terrorista patriarcale” copre una minoranza degli uomini violenti: resta un fenomeno serio e prioritario per l’intervento, ma è lontano dall’essere il modello dominante della violenza di coppia.

Studi successivi rafforzano la critica con dati diretti.

[Bates et al. 2014] testano le previsioni della male control theory su un campione studentesco: non trovano differenze sostanziali nel controlling behavior tra i sessi, e applicando la tipologia di Johnson le donne risultano più frequentemente classificate come intimate terrorist degli uomini. 1

[Hines & Douglas 2010], su un campione di uomini che avevano cercato aiuto per IPV subita, trovano che il profilo delle vittime maschili corrisponde a quello dell’IT, e che la violenza verso la partner rientra nella resistenza violenta – lo stesso pattern che Johnson descrive per le vittime femminili.

Circolarità del design

Come ulteriore critica empirica, la tipologia è stata testata confrontando tre campioni pre-selezionati per provenienza (donne in rifugio, studenti, carcerati violenti) tramite ADL su misure di aggressione fisica, controlling behavior, paura e lesioni [Graham-Kevan & Archer 2003].

I gruppi risultano discriminabili (75% di classificazione corretta complessiva), e le donne in rifugio mostrano il profilo previsto per le vittime di IT. Tuttavia il design è circolare nella sua costruzione: i gruppi sono definiti dalla strategia di campionamento, non identificati indipendentemente sulle scale.

Inoltre i prigionieri criminalmente violenti – il presunto lato perpetratore – vengono classificati correttamente solo nel 51% dei casi, e riportano livelli di aggressione molto inferiori a quelli attribuiti dai partner femminili nei CAV; gli autori attribuiscono la discrepanza all’under-reporting maschile, ma si tratta di un’assunzione interpretativa.

Come si identifica l’IT nella pratica?

Un’ultima critica operativa: come si decide in pratica se una coppia rientra nella categoria “situazionale” o nell’intimate terrorism? La distinzione richiede di misurare il pattern di controllo, non solo i singoli atti. Questo sposta il problema più che risolverlo: ora occorre misurare bene il controllo coercitivo. Ed è esattamente di questo che si occupa il framework successivo.

Il framework del controllo coercitivo

Il libro Coercive Control [Stark 2007] fa un passo più radicale.

Non solo la CTS è incompleta: l’intero paradigma “conteggio degli atti violenti” sarebbe sbagliato in partenza. La violenza fisica è uno strumento tra tanti in un pattern di dominio che include sorveglianza, isolamento, controllo economico, micro-regolazione della vita quotidiana, umiliazione e intimidazione. Il danno centrale non sono tanto le lesioni fisiche provocate, ma piuttosto la progressiva erosione dell’autonomia dell’individuo.

Stark usa la formula liberty crime (“crimine contro la libertà”) per indicare che il parallelo più vicino non è l’aggressione ma il sequestro di persona: ciò che viene tolto alla vittima non è tanto l’integrità fisica, quanto la libertà di agire.

Implicazioni per la misurazione

Se Stark ha ragione, nessuno strumento basato sul conteggio di atti discreti – CTS2 inclusa – può catturare bene il fenomeno. Serve una misura longitudinale, ovvero indagare cosa fa il partner nell’arco di settimane o mesi, non in singoli episodi.

Questo spiega anche perché le misure di controllo coercitivo trovano asimmetrie di genere molto più pronunciate rispetto alla CTS: non stanno misurando gli stessi atti in modo più preciso, bensì qualcosa di diverso.

Impatto legislativo

Il framework di Stark ha avuto un impatto concreto e verificabile sul diritto penale:

Il Serious Crime Act 2015 nel Regno Unito (sez. 76) ha introdotto il reato di “controlling or coercive behaviour in an intimate or family relationship” – il primo caso in cui il concetto di controllo coercitivo entra nel diritto penale come reato autonomo, indipendente da episodi di violenza fisica.

Il Domestic Abuse (Scotland) Act 2018 va ancora oltre: definisce il reato come l’impegnarsi in un course of behaviour di abusi verso un partner o ex-partner, ed elenca esplicitamente tra i comportamenti rilevanti il rendere la vittima dipendente o subordinata, l’isolarla, il controllarne e monitorarne le attività quotidiane, il privarla della libertà di azione. La legge specifica che il “danno psicologico” include paura, allarme e angoscia – la violenza fisica non è elemento necessario.

Irlanda, Australia e alcuni stati statunitensi hanno adottato varianti della stessa logica negli anni successivi.

Critiche al framework

Il framework di Stark riceve critiche da più direzioni.

Eteronormatività

Il modello di Stark è costruito esplicitamente attorno a una diade uomo-controllore/donna-controllata. Stark lo dichiara nell’introduzione del libro come scelta deliberata, ma questo crea problemi sostanziali quando si vuole applicare il framework alle coppie dello stesso sesso, alle vittime maschili di partner femminili controllanti, o semplicemente come strumento neutro di analisi.

Stark non nega l’esistenza della violenza nelle coppie same-sex, ma propone una “spiegazione strutturale” che la riconduce comunque al sistema di genere.

Stark risponde che, quando una donna abusa di un’altra donna, starebbe spesso “imitando” ruoli iper-mascolini o sfruttando la vulnerabilità creata dall’eterosessismo e dall’omofobia. I dati NVAWS sulle lesbiche vittime di violenza maschile gli servono per ancorare la vulnerabilità femminile alla supremazia maschile a prescindere dall’orientamento.

Per Stark il controllo coercitivo non è questione di chi colpisce chi, ma di come le disuguaglianze strutturali vengano usate come armi. Tuttavia, la sua insistenza nel ricondurre la violenza tra donne alla dominanza maschile resta il punto di maggior attrito con la ricerca empirica che vede nel controllo un tratto psicologico/patologico indipendente dal genere del perpetratore.

Difficoltà di definizione operativa

Come si misura empiricamente un pattern di controllo? Anche all’interno del campo che accetta la categoria del controllo coercitivo, le difficoltà di misurazione sono riconosciute.

Andy Myhill [Myhill 2015], pur esendo favorevole alla tipologia di Johnson, riconosce che i sondaggi nazionali esistenti non contengono strumenti adeguati per distinguere il controllo coercitivo dalla violenza situazionale, e mostra come misurazioni diverse degli stessi dati possano produrre stime radicalmente divergenti. Ne è un esempio [Laroche 2005], che sul dataset canadese (GSS) stima che il 43% delle vittime maschili sperimenti intimate terrorism; un risultato che Myhill legge come artefatto del metodo, cioè del sommare comportamenti controllanti fino a una soglia statistica senza considerarne durata e impatto.

Le scale più recenti – come quella di Mary Ann Dutton, Lisa Goodman e James Schmidt [Dutton et al. 2006] o la Coercive Control Subscale [Tanha et al. 2010] – ampliano l’insieme di tattiche misurate, ma si concentrano sui comportamenti del perpetratore senza catturare il contesto, l’impatto e la paura generalizzata che secondo Stark definiscono il costrutto.

[Walby & Towers 2018] vanno oltre e contestano l’utilità stessa della categoria “controllo coercitivo” come distinta dalla violenza fisica, sostenendo che ogni atto violento è già coercitivo per definizione. Sul piano metodologico, criticano inoltre il tetto massimo delle serie ripetute di incidenti nella CSEW (storicamente limitate a 5), che renderebbe invisibili proprio le vittime ad alta frequenza e maschererebbe l’asimmetria di genere.

Infalsificabilità

Se il controllo coercitivo può essere attribuito anche in assenza di violenza fisica, sulla base di un pattern di controllo percepito, la categoria rischia di diventare operativamente infalsificabile in contesti forensi [Dutton et al. 2010].

Gli autori sostengono che un costrutto fondato in larga misura sulla percezione soggettiva della vittima sia troppo vago per reggere gli standard di prova del diritto, e che una volta che il framework diventa sufficientemente elastico da includere qualunque comportamento interpretabile come controllo, diventa difficile stabilire cosa ne stia al di fuori.

Ridotta applicabilità

L’introduzione del reato di controllo coercitivo nel diritto britannico (Serious Crime Act 2015) ha prodotto un numero relativamente basso di condanne rispetto al volume di denunce registrate (5% circa).

La spiegazione più convincente emerge da uno studio [Barlow et al. 2020] su come la polizia inglese traducesse il nuovo reato in pratica operativa.

Il loro risultato principale: la legge è pattern-based – richiede di riconoscere un modello cumulativo di condotte nel tempo – ma la cultura operativa della polizia è rimasta incident-based, cioè orientata al singolo episodio visibile e “fotografabile”. Gli agenti tendono a cercare “l’incidente fisico” perché è più facile da documentare e provare in tribunale rispetto a una rete di messaggi, divieti, isolamento sociale e sorveglianza.

Gli autori concludono che senza un investimento significativo in formazione e risorse, il reato rischia di restare in larga parte lettera morta.

Nella stessa direzione, [Kelly & Westmarland 2016] mostrano, sulla base di interviste con uomini che hanno usato violenza, che la cornice “per episodi” della legge e delle definizioni ufficiali rispecchia precisamente il modo in cui i perpetratori stessi raccontano la propria violenza – minimizzandola come “l’incidente”, l’eccezione, il momento isolato. Adottare quel framework nel diritto significherebbe riprodurre il linguaggio del disconoscimento invece di contrastarlo.

Il modello Duluth

L’idea che la violenza fisica fosse solo uno degli strumenti di un pattern di dominio più ampio esisteva già prima della formulazione teorica di Stark.

Nel 1984 il Domestic Abuse Intervention Project di Duluth (Minnesota) pubblica la Power and Control Wheel, una sintesi grafica costruita a partire da focus groups con circa duecento donne vittime di violenza domestica.

Il Duluth non è uno strumento di misura validato: è una sintesi qualitativa locale, diventata nei decenni successivi lo standard de facto dei programmi per uomini maltrattanti negli USA (e in molti casi il contenuto imposto dai tribunali come alternativa o integrazione alla pena).

Stark raccoglie e teorizza questa intuizione pratica; le leggi britanniche del 2015/2018 la traducono in diritto penale.

Duluth Model — Power and Control Wheel
La ruota legge la violenza come un sistema: al centro l’obiettivo (potere e controllo), sul cerchione esterno la violenza fisica e sessuale che fa da cornice, e negli spicchi le tattiche quotidiane – intimidazione, isolamento, abuso economico, uso dei figli, “privilegio maschile”. Il senso è che l’abuso non è fatto di episodi isolati, ma di un pattern in cui la minaccia fisica tiene insieme il controllo di ogni giorno.

Critiche

Il modello amplifica i problemi del framework di Stark, e ne aggiunge di propri.

Eteronormatività e monocausalità

L’eteronormatività è incorporata come assunto esplicito: uno degli spicchi menziona il “privilegio maschile” e l’intera struttura poggia sulla diade uomo-controllore/donna-controllata. Ma il limite è più ampio: il Duluth tratta la violenza come monocausale – espressione di un dominio patriarcale – comprimendo in un’unica matrice forme eterogenee di IPV e lasciando fuori bidirezionalità, conflitto situazionale, tratti di personalità, trauma e dipendenze. È, paradossalmente, l’appiattimento di quella stessa eterogeneità che la tipologia di Johnson cercava di distinguere.

Scarsa efficacia

Le meta-analisi sui programmi per uomini maltrattanti di stampo Duluth trovano effetti da modesti a nulli sulla recidiva: [Babcock et al. 2004], [Feder & Wilson 2005], fino alla revisione di [Smedslund et al. 2007], che conclude che le prove disponibili non bastano a stabilire se funzioni.

Imposizione istituzionale

Sul piano istituzionale, [Dutton & Corvo 2006], [Dutton & Corvo 2007] sostengono che l’adozione del modello come standard – fino al divieto, in alcuni standard statali, di approcci terapeutici alternativi – abbia di fatto sbarrato l’ingresso a interventi evidence-based: è il senso della loro definizione del Duluth come “paradigma impermeabile ai dati”.

Critica interna

La critica forse più notevole, però, è interna. Già nel 1999 Ellen Pence [Shepard & Pence 1999] – coautrice del modello – ammette che il passaggio interpretativo a “potere e controllo” era stato una scelta ideologica presentata come osservazione neutra, divenuta uno slogan che non corrispondeva al vissuto di molti uomini e donne, al punto da portare, nei primi anni, a chiudere un occhio sulla violenza agita dalle donne.

È un caso in cui la diffusione istituzionale di un framework ha largamente preceduto – e in parte sostituito – la sua validazione.

Altre fonti di dati

Accanto agli strumenti teorici, esistono famiglie di dati empirici diverse dalla CTS, ciascuna con bias propri, tutti ben documentati.

Le crime victimization surveysNCVS negli Stati Uniti, Crime Survey for England and Wales, Indagine sulla sicurezza delle donne dell’ISTAT in Italia – inquadrano le domande in termini di crimine subito. Trovano asimmetrie di genere molto più marcate rispetto alla CTS per due ragioni: filtrano gli episodi minori che il rispondente non interpreta come criminali, e attivano “copioni” di genere diversi nella risposta. Questa è la distinzione che Kimmel usava come prova dell’esistenza di “due letterature”.

I dati ospedalieri e di pronto soccorso mostrano una maggioranza femminile pronunciata tra chi arriva in P.S. per violenza da partner. Il dato è solido, ma cattura solo la violenza che produce lesioni abbastanza gravi da richiedere trattamento medico, che per definizione è l’estremo del continuum.

I dati di polizia producono asimmetrie forti ma riflettono anche la volontà di denunciare, notoriamente asimmetrica per genere: gli uomini denunciano molto meno, per ragioni sia culturali sia legate ad aspettative istituzionali.

I dati sugli omicidi tra partner sono i più “duri” in senso metodologico, dato che il margine per il self-report bias è minimo. In Italia come nella maggior parte d’Europa, l’80–90% delle vittime di omicidio da parte di un partner o ex-partner è donna. Negli USA il rapporto è storicamente più vicino al 70:30, con variazioni significative tra stati e periodi. In determinate fasi storiche e in alcune giurisdizioni, il rapporto si è avvicinato al 50/50 – fenomeno che nella letteratura viene spesso interpretato in termini di violent resistance nella tipologia johnsoniana.

Cosa emerge dai diversi approcci

Sintetizzata, l’evidenza disponibile produce un quadro che non è contraddittorio ma stratificato:

FonteDistribuzione di genere osservata
CTS su campioni comunitariParità approssimativa negli atti
Dati sulle lesioniMaggioranza femminile tra i feriti
Campioni clinici e da rifugi antiviolenzaPerpetrazione maschile preponderante
Misurazioni di controllo coercitivoAsimmetria di genere pronunciata
Dati sugli omicidi tra partnerVariabile per paese e periodo

Il miglior dato disponibile su una distribuzione tipologica in una popolazione generale viene dal Canadian General Social Survey [Laroche 2005]: il rapporto di IT maschile su femminile è circa 1,6:1 – un’asimmetria reale ma modesta, lontana dal “quasi esclusivamente maschile” che compare nella letteratura clinica e forense. I campioni da rifugi e tribunali non riflettono questa distribuzione perché sovra-campionano l’IT per ragioni strutturali.

Il punto da far emergere è che chi cita solo i dati CTS comunitari per sostenere la simmetria, e chi cita solo i dati criminali o clinici per sostenere l’asimmetria, commettono lo stesso errore speculare: scelgono la fonte che conferma la visione che vogliono sostenere.

La risposta più onesta non è “uno dei due ha ragione”. È che esistono forme qualitativamente diverse di IPV con distribuzioni di genere diverse, e che quale delle due si considera centrale è una scelta – teorica o politica – non una scoperta empirica.

Il dibattito sulla “simmetria di genere”

Brevi cenni storici

Il dibattito ha radici nella prima National Family Violence Survey del 1975 [Straus et al. 1980], che per la prima volta usò la CTS su un campione nazionale e trovò tassi di violenza femminile comparabili a quelli maschili.

La reazione nella letteratura femminista degli anni ‘80 fu forte: Dobash e altri autori [Dobash et al. 1992] argomentarono che i dati CTS distorcevano il fenomeno in modo sistematico, producendo l’illusione di una simmetria che non corrispondeva all’esperienza delle vittime documentata da ricerca qualitativa, clinica e istituzionale.

Negli anni ‘90 le due tradizioni si consolidarono senza parlarsi significativamente. I ricercatori del family conflict continuarono a produrre dati CTS su campioni comunitari; quelli di orientamento femminista continuarono a lavorare su campioni clinici e forensi. Il dibattito divenne in larga parte autoreferenziale, con le due letterature che si citavano a vicenda principalmente per confutarsi.

I tentativi di sintesi degli anni 2000 – Johnson, Stark – hanno offerto un vocabolario teorico per riconciliare i risultati senza dover dichiarare uno dei due campi empiricamente sbagliato. Non tutti li hanno accettati, ma hanno spostato il livello della conversazione.

La posta in gioco

Il dibattito non è puramente accademico. Ogni posizionamento sulla simmetria o asimmetria dell’IPV ha conseguenze operative:

  • Allocazione di risorse: i centri antiviolenza e i rifugi sono finanziati prevalentemente o esclusivamente per vittime femminili nella maggior parte dei paesi europei.
  • Riconoscimento legale: in Italia, come in molti paesi, la definizione giuridica di femminicidio e le aggravanti legate al genere presuppongono una direzionalità specifica della violenza.
  • Framing mediatico e campagne di prevenzione: i messaggi pubblici modellano la percezione del problema e la disponibilità delle vittime “non conformi” a riconoscersi come tali.
  • Formazione degli operatori: polizia, magistratura, servizi sociali e pronto soccorso lavorano con “copioni” impliciti su chi è la vittima tipica.

Nessuna di queste conseguenze diventa irrilevante semplicemente perché la distribuzione di genere è più complessa di quanto la narrazione pubblica suggerisca.

I posizionamenti ideologici su entrambi i fronti

Per essere credibili su questo punto è necessario applicare lo stesso livello di scrutinio a entrambi i campi.

Dal lato della tradizione femminista, ci sono stati casi documentati di resistenza preventiva a dati scomodi, di framing politico presentato come critica metodologica, e – come Straus racconta in prima persona – di pressione informale su ricercatori che trovavano simmetria, con conseguenze su carriera e finanziamenti. Come visto nella seconda parte, alcuni arrivano a sostenere esplicitamente che certi dati non andrebbero divulgati per ragioni politiche – una posizione normativa legittima ma da non confondere con una critica metodologica.

Dal lato dei ricercatori del family conflict, la tendenza opposta ha prodotto la presentazione della simmetria degli atti come fosse l’intera storia, talvolta ignorando o minimizzando l’asimmetria ben documentata delle conseguenze, delle lesioni e della violenza grave. In alcuni casi i dati CTS sono stati strumentalizzati dai movimenti per i diritti maschili in modi che Straus stesso ha criticato pubblicamente, segnalando il disagio di vedere il proprio lavoro usato in chiave politica.

Un caso di studio concreto è lo scambio tra Dutton [Dutton et al. 2010] e Johnson [Johnson 2011]. Il primo paper solleva argomenti metodologici reali e ben documentati – il problema del campionamento dai CAV, la meta-analisi di Archer, i dati Laroche – in un tono però marcatamente polemico, che a tratti forza la posizione di Johnson.

La risposta di Johnson porta però un titolo rivelatore: “A response to an anti-feminist literature review”. Inquadrare gli autori come “anti-femministi” sposta il dibattito dal contenuto all’identità, rendendo qualunque argomento leggibile come sintomo di posizionamento politico anziché proposta da valutare nel merito.

Dutton attacca posizioni identificabili con evidenze e citazioni dirette; Johnson sembra rispondere attaccando le intenzioni 2. È una mossa retorica chiusa, perché non si confuta argomentando: qualunque risposta diventa ulteriore prova dell’appartenenza al backlash antifemminista.

La simmetria rigorosa nell’applicazione dello scetticismo è l’unica posizione metodologicamente onesta.

Conclusioni

Dopo decenni di controversia, alcune cose si possono dire con ragionevole certezza.

Esistono forme qualitativamente diverse di violenza tra partner, con distribuzioni di genere diverse. Questo è il lascito principale di Johnson, e lo accetta la maggior parte dei ricercatori seri su entrambi i versanti del dibattito.

La domanda “la violenza tra partner è simmetrica o asimmetrica?” è malformulata: dipende da quale tipo di violenza si sta guardando. Distinguerle non è un esercizio fine a sé stesso, ma un modo per analizzare a fondo i fenomeni e dare loro le priorità giuste nell’affrontarli.

Nessun singolo strumento di misurazione cattura tutte queste forme. La CTS misura bene la violenza situazionale, male il terrorismo intimo e il controllo coercitivo. I dati criminali e clinici sovra-rappresentano le vittime femminili per ragioni sia sostanziali sia di selezione. La risposta metodologica onesta è la triangolazione tra fonti, non la scelta della fonte che conferma la narrativa preferita.

La violenza grave, ripetuta e coercitiva è a prevalenza maschile – ma probabilmente meno di quanto la letteratura clinica suggerisce. I dati su popolazioni generali [Laroche 2005] indicano un rapporto IT maschile/femminile intorno a 1,6:1. La situational couple violence, che rappresenta la grande maggioranza degli episodi di violenza tra partner, è distribuita in modo più simmetrico.

Va anche distinta la dimensione di genere della perpetrazione dalla dimensione di genere del danno: le vittime di IPV grave sono sproporzionatamente donne (per ragioni di forza fisica, lesioni, mortalità, paura); i perpetratori di IPV sono meno sproporzionatamente uomini. Sono due fatti compatibili che vanno tenuti separati.

Sia le vittime femminili sia quelle maschili meritano riconoscimento e servizi proporzionati. Questo non richiede di risolvere prima il dibattito sulla simmetria, né di negarsi a vicenda. Richiede solo di accettare che entrambi i gruppi esistono – che, nel 2026, è ancora considerata un’affermazione controversa in parti non trascurabili del discorso pubblico.

La posizione onesta su questo tema è più complicata delle singole narrazioni dominanti. È anche difendibile – e la complessità non è un problema da nascondere, ma il risultato del prendere in considerazione l’evidenza disponibile.


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[Meier 2015] Joan S. Meier, Johnson’s Differentiation Theory: Is It Really Empirically Supported?, Journal of Child Custody, 2015: https://scholarship.law.gwu.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=2420&context=faculty_publications ^

[Myhill 2015] Andy Myhill, Measuring Coercive Control: What Can We Learn From National Population Surveys?, Violence Against Women, 2015: https://doi.org/10.1177/1077801214568032 ^

[Shepard & Pence 1999] Melanie F. Shepard & Ellen L. Pence, Coordinating community responses to domestic violence: Lessons from Duluth and Beyond, Sage Series on Violence Against Women, 1999: https://sk.sagepub.com/book/edvol/coordinating-community-responses-to-domestic-violence/toc#_ ^

[Smedslund et al. 2007] G. Smedslund, T.K. Dalsbø, A.K. Steiro, A. Winsvold, J. Clench-Aas, Cognitive behavioural therapy for men who physically abuse their female partner, The Cochrane Library, 2011: https://is.gd/3Ii2QH ^

[Stark 2007] Evan Stark, Coercive Control: How Men Entrap Women in Personal Life, Oxford University Press, 2007: https://is.gd/hVuuxj ^

[Stets & Straus 1992] Jan E. Stets, Murray A. Straus, The Marriage License as a Hitting License, Physical Violence in American Families 1992: https://is.gd/nAVuYR ^

[Straus et al. 1980] Murray A. Straus, Richard J. Gelles, Suzanne K. Steinmetz, Behind Closed Doors: Violence in the American Family, Routledge, 1980: https://is.gd/i3TrVM ^

[Tanha et al. 2010] Marieh Tanha, Connie J. A. Beck, Aurelio J. Figueredo, C. Raghavan, Sex Differences in Intimate Partner Violence and the Use of Coercive Control as a Motivational Factor for Intimate Partner Violence, Journal of Interpersonal Violence, 2010: https://is.gd/5UPhLy ^

[Walby & Towers 2018] Sylvia Walby e Jude Towers, Untangling the concept of coercive control: Theorizing domestic violent crime, Criminology & Criminal Justice, 2018: https://journals.sagepub.com/doi/pdf/10.1177/1748895817743541 ^

Note

Footnotes

  1. Va notato che si tratta di un campione studentesco, il tipo che per costruzione sovra-rappresenta la SCV; il risultato che le donne siano più frequentemente intimate terrorist è quindi potenzialmente influenzato dal bias di campionamento, e deve essere letto con cautela.

  2. Riporto alcuni estratti significativi dei due paper.

    Dal paper di Dutton (“The Gender Paradigm in Family Court Processes: Re-balancing the Scales of Justice From Biased Social Science”):

    Gender paradigm proponents are able to ignore and discount the incidence of female violence and male victimization in the population at large (i.e., according to rates repeatedly found in non-shelter samples) because such data are incompatible with current axioms and expectations that male domination and violence are acculturated by both genders and, thereby, become normative within patriarchal society. Thus, men can be held solely accountable for partner violence. Men are presented as intentionally perpetrating domestic violence in order to maintain power and control in family relationships. In contrast, female violence is rationalized as a result of external circumstances—primarily, as a reaction to male oppression.

    [I sostenitori del paradigma di genere sono in grado di ignorare e sottovalutare l’incidenza della violenza femminile e della vittimizzazione maschile nella popolazione in generale (cioè, secondo i tassi ripetutamente riscontrati in campioni non provenienti da CAV) perché tali dati sono incompatibili con gli attuali assiomi e le aspettative secondo cui il dominio maschile e la violenza sono interiorizzati da entrambi i sessi e, di conseguenza, diventano normativi all’interno della società patriarcale. Pertanto, gli uomini possono essere ritenuti gli unici responsabili della violenza da parte del partner. Gli uomini vengono descritti come autori intenzionali di violenza domestica al fine di mantenere il potere e il controllo nelle relazioni familiari. Al contrario, la violenza femminile viene razionalizzata come risultato di circostanze esterne — principalmente, come reazione all’oppressione maschile.]

    Rooted in Marxist-feminist theory and victim advocacy, this narrow window on the world both distorts the current state of IPV research and compromises IPV-related family court practice. By definition, the victims of IPV are “women and children”, creating the cognitive frame that, in order to protect children, the male (but not the female) must be assessed for risk.

    [Basata sulla teoria marxista-femminista e sulla difesa delle vittime, questa visione ristretta del mondo non solo distorce lo stato attuale della ricerca sulla violenza domestica, ma compromette anche la prassi dei tribunali familiari in materia. Per definizione, le vittime della violenza domestica sono “donne e bambini”, il che crea un quadro cognitivo secondo cui, al fine di proteggere i bambini, è l’uomo (ma non la donna) a dover essere valutato in termini di rischio]

    Dal paper di Johnson (“Gender and types of intimate partner violence: A response to an anti-feminist literature review”):

    The most recent of a series of anti-feminist attacks from Dutton, Hamel, and their colleagues is “The gender paradigm in family court processes: Re-balancing the scales of justice from biased social science”, an ironic title, given the panoply of biases with which it itself is riddled.

    [L’ultimo di una serie di attacchi antifemministi sferrati da Dutton, Hamel e dai loro colleghi è «Il paradigma di genere nei procedimenti del tribunale della famiglia: riequilibrare la bilancia della giustizia dalle scienze sociali parziali», un titolo ironico, vista la miriade di pregiudizi di cui il testo stesso è costellato.]

    […] a good example of the substance and tactics of their more general anti-feminist critique

    [[Il paper di Dutton è] un buon esempio dei contenuti e delle strategie della loro critica antifemminista più generale]

    […] general strategies of recent attacks on the progress of the battered women’s movement and on the research that confirms that the feminist analysis of “domestic violence” (intimate terrorism) is largely correct.

    [[Il paper esemplifica] le strategie generali degli attacchi recenti contro i progressi del movimento delle donne maltrattate e contro le ricerche che confermano che l’analisi femminista della «violenza domestica» (terrorismo intimo) è in gran parte corretta.]

    So, what’s up with these authors? Why the comic book caricatures of the feminist analysis? Why the gross misrepresentations […]? Why the single-minded focus on alleged evidence that women are as bad as men? In their determination to see what they want to see, they seem to have missed the obvious implications of the call for differentiation among types of intimate partner violence […].

    [Ma allora, che succede a questi autori? Perché queste caricature fumettistiche dell’analisi femminista? Perché queste grossolane distorsioni […]? Perché questa ostinata fissazione sulle presunte prove secondo cui le donne sarebbero cattive quanto gli uomini? Nella loro determinazione a vedere solo ciò che vogliono vedere, sembrano aver trascurato le ovvie implicazioni della richiesta di distinguere tra i diversi tipi di violenza da parte del partner […]]

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