Sì, tutti gli uomini (ora abbiamo anche i numeri per dirlo*)
Penso che sia più facile determinare se sia nato prima l’uovo o la gallina, che capire chi sia arrivato prima tra “All men” e “Not all men”.
Per chi non avesse familiarità con la questione: da anni, il dibattito sulla violenza di genere è cristallizzato in due slogan che hanno smesso di essere argomenti per diventare bandiere identitarie.
- Da un lato “All Men”: l’idea che tutti gli uomini siano parte del problema, beneficiari di un sistema che produce violenza e dunque collettivamente responsabili.
- Dall’altro “Not All Men”: la difesa di chi rivendica la propria estraneità ai fatti, rigettando una generalizzazione ritenuta ingiusta.
A questo punto, la tentazione è di rifugiarsi nella logica formale per chiudere la questione in favore del “not all men” – tentazione a cui chi scrive, avendo una formazione prevalentemente scientifica, non è immune. Seguendo la logica, “not all men” vince a tavolino: basta un solo uomo non violento per falsificare qualsiasi proposizione universale.
Il problema è che il linguaggio quotidiano non funziona come la logica formale.
Te lo spiego con i gattini
Prendiamo gli Sphynx, quegli adorabili gatti nudi e rugosi.

Se io dicessi “Non tutti i gatti hanno il pelo”, la frase sarebbe percepita come “giusta” e sensata: per come funziona il cervello umano, la struttura “Non tutti” serve a identificare un’eccezione a una regola generale. Dicendo che non tutti i gatti sono pelosi, confermo implicitamente che la normalità del gatto è avere il pelo.
Ed è qui che lo slogan “Not all men” si trasforma in un autogol clamoroso.

Quando un uomo dice “Non tutti gli uomini sono molestatori”, sta usando una struttura linguistica che, nella psicologia di chi ascolta, pone la molestia come caratteristica standard della categoria maschile. È come se dicesse: “Essere un molestatore è la regola, io però sono l’eccezione”.
Chi usa questo slogan per difendersi sta, di fatto, confermando il framing dei suoi oppositori. È sì una vittoria della logica formale, ma si traduce in una rovinosa sconfitta comunicativa.
Questa dinamica non è nata nel vuoto digitale dei social, ma affonda le radici in una precisa costruzione teorica. Fin dagli anni ‘60, il femminismo ha edificato attorno al concetto di patriarcato l’idea che la violenza di genere non fosse l’opera di singoli individui “deviati”, bensì il prodotto di un sistema alimentato dall’intera categoria maschile.
È qui che il dibattito diventa un vicolo cieco: se un uomo prova a dissociarsi con un “Not all men”, viene spesso accusato di avere la coda di paglia poiché, secondo una certa retorica, “chi si scusa si accusa”. Se tace, la sua complicità è presunta. Se parla, è una conferma della sua colpevolezza.
Fin qui, però, siamo rimasti sul terreno della filosofia e della pragmatica del linguaggio. Quello che mi interessa raccontare è come, negli ultimi anni, questo scontro si sia spostato su un terreno in apparenza più solido – quello dei numeri e dei fatti oggettivi – e come proprio su quel terreno si stia giocando una partita estremamente sporca.
L’evoluzione: l’algoritmo della rabbia
Nell’ultimo paio d’anno o giù di lì, ho notato un cambiamento nel discorso digitale. Si è passati dal parlare di patriarcato e responsabilità collettiva in termini generali al fare veri e propri calcoli a partire da numeri reali.
La retorica si è travestita da statistica: l’obbiettivo non è più solo denunciare un assetto culturale, ma “dimostrare” con la forza dei calcoli che chi sostiene All Men ha l’evidenza empirica dalla sua, e che chi osa un flebile Not all men la stia semplicemente negando.
Il modus operandi è ormai quasi standardizzato: si pesca nel mare del web un numero impressionante – gli iscritti a un sito, gli utenti di un gruppo Telegram, le visite mensili a una piattaforma – e lo si rapporta alla popolazione maschile.
Il calcolo produce istantaneamente una frazione pronta per diventare virale: “1 uomo su 4”, “1 su 2”, “quasi tutti”. A quel punto, la colpevolezza collettiva smette di essere un’opinione e diventa una conclusione matematica che si scrive da sola: “ecco, vedete? Tutti gli uomini”.
Il punto critico di questa manipolazione è che poggia su dati reali per trarre conclusioni distorte. Ed è un fenomeno ricorrente: ogni volta che un nuovo fatto di cronaca solleva l’indignazione pubblica, si assiste a una rielaborazione dei dati che li rende strumenti di generalizzazione.
Per comprendere come si arrivi a leggere la navigazione web come un indice di colpevolezza collettiva, è utile analizzare caso per caso i dati circolati recentemente, distinguendo le evidenze dalle semplificazioni.
I numeri e la realtà dietro i numeri
I canali Telegram
Nel rapporto “State of Revenge” del novembre 2022 [Permesso Negato 2022], l’osservatorio Permesso Negato ha censito oltre 230 canali Telegram italiani dedicati alla condivisione di materiale pornografico non consensuale, rilevando un totale complessivo di circa 13,1 milioni di iscrizioni.
Tredici milioni. Se si divide per la popolazione maschile italiana – circa 29 milioni – si ottiene un agghiacciante “quasi 1 uomo su 2”. È più o meno questo il calcolo che (me testimone) è rimbalzato tra le varie pagine Instagram.

Peccato che sia privo di rigore statistico, per almeno quattro ragioni.
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Sovrapposizione degli account: Gli autori dello stesso rapporto stimano una sovrapposizione tra i gruppi del 65%. Poiché un singolo utente tende a essere iscritto a più canali, la somma totale delle iscrizioni non corrisponde al numero di individui reali, ma risulta una sovrastima significativa.
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Iscrizione non equivale a partecipazione: Essere membri di un gruppo Telegram non implica un’interazione attiva. Inoltre, la piattaforma permette che un account venga aggiunto a canali anche a insaputa dell’utente 1; una presenza passiva non è dunque prova di una partecipazione consapevole, né tanto meno di un coinvolgimento in attività illecite.
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Assenza di verifiche demografiche: Telegram non richiede alcuna verifica sull’identità, sulla nazionalità o sul genere dei propri utenti. Il conteggio include quindi account che non corrispondono necessariamente a uomini italiani.
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Qualità del dato: Il totale non distingue tra persone reali, bot, account abbandonati o utenti occasionali che hanno visitato il canale per pochi secondi. Una lista di iscrizioni grezze non può essere sovrapposta al numero effettivo di persone che compiono un’azione determinata.
Phica.eu
Nell’agosto 2025 è stato chiuso Phica, un forum attivo dal 2005 dedicato alla condivisione spesso non consensuale di immagini di donne, accompagnate da commenti degradanti 2.
Anche in questo caso, la narrazione mediatica ha semplificato eccessivamente il fenomeno: poiché il sito aveva accumulato 800mila iscrizioni in vent’anni, tale cifra è stata diffusa come il numero di “uomini” attivamente coinvolti nel sito al momento della chiusura.
Tuttavia, i dati di traffico a luglio 2025, poco prima dell’oscuramento della piattaforma, indicavano circa 12mila visitatori unici mensili. Questo dato evidenzia un divario netto tra il volume storico delle registrazioni – spesso riferite ad account inattivi da anni – e l’effettiva base di utenti che frequentava il forum in tempi recenti.
”Mia Moglie”
Sempre nell’agosto 2025, l’attenzione pubblica si è concentrata su “Mia moglie”, un gruppo Facebook di circa 32mila iscritti, all’interno del quale venivano diffuse foto di partner, spesso scattate a loro insaputa, per sottoporle al commento degli altri membri. La piattaforma Meta ha rimosso il gruppo per violazione delle norme sullo sfruttamento sessuale, chiudendo un’attività che perdurava indisturbata da oltre sei anni.

Anche in questo caso, il numero degli iscritti merita una lettura critica. Su Facebook, l’adesione a un gruppo può avvenire secondo modalità che non implicano necessariamente una partecipazione consapevole o attiva: gli utenti possono essere aggiunti da terzi senza il proprio consenso, entrare per curiosità o risultare membri di gruppi ormai abbandonati o dimenticati.
È fondamentale considerare inoltre la dinamica di funzionamento di Facebook: i gruppi di grandi dimensioni tendono spesso a diventare contenitori eterogenei in cui la maggior parte degli iscritti rimane silente o del tutto ignara dei contenuti condivisi. Sebbene la dimensione del gruppo sia un indicatore del fatto che il fenomeno fosse noto e tollerato per troppo tempo, equiparare l’intero numero degli iscritti a una base di 32mila soggetti attivamente coinvolti nella violazione della privacy delle partner resta una deduzione tecnicamente imprecisa.
Motherless e la presunta “rape academy”
Nel marzo 2026, la serie investigativa As Equals della CNN ha pubblicato un’inchiesta su quello che è stato definito un ecosistema di “online rape academy”. Il report ha documentato uno scambio sistematico di contenuti di sleep content – abusi perpetrati su vittime sotto l’effetto di sostanze – e la condivisione di tecniche per drogare e aggredire il partner durante il sonno.
L’indagine si è focalizzata in particolare sul portale Motherless, un sito pornografico, all’interno del quale sono stati identificati oltre 20.000 video riconducibili a tali pratiche, e su un gruppo Telegram denominato “Zzz”, dove gli utenti si scambiavano consigli e contenuti. L’articolo della CNN indicava inoltre che, nel solo mese di febbraio, Motherless aveva registrato circa 62 milioni di visite totali.
Subito dopo la pubblicazione, il dato dei 62 milioni è stato decontestualizzato su diverse piattaforme social, trasformandosi in una narrazione distorta. Post virali su X e TikTok hanno erroneamente attribuito tale traffico esclusivamente alla “rape academy”, parlando di “62 milioni di uomini” intenti a imparare tecniche di aggressione.
Come chiarito successivamente da Snopes, che ha classificato tali affermazioni come un miscuglio di dati in parte veri e in parte falsi, la ricostruzione è fuorviante:
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L’inchiesta è reale: La gravità del fenomeno documentato dalla CNN è confermata e ampiamente provata.
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Il dato è mal interpretato: I 62 milioni di visite riguardano l’intero sito Motherless, una piattaforma pornografica che ospita oltre 100 categorie di contenuti eterogenei, legali e illegali.
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Il perimetro del fenomeno: La comunità specifica che discuteva attivamente pratiche di violenza nel gruppo Telegram monitorato contava circa 1.000 utenti.
Il passaggio da “1.000 utenti attivi” a “62 milioni di partecipanti” illustra chiaramente come la retorica social tenda a gonfiare sistematicamente le dimensioni di un fenomeno criminale per renderlo più “digeribile” o d’impatto per l’opinione pubblica, finendo però per sacrificare la precisione dei fatti a favore della viralità.

L’anatomia della distorsione
Guardando i casi analizzati, emerge uno schema ricorrente: non errori casuali, ma una prassi sistematica che punta a gonfiare i numeri per renderli il più spaventosi possibile. E funziona, perché chi riceve il dato non ha motivo di metterlo in discussione.
Tutto parte dalla confusione deliberata tra metriche diverse. Si sovrappongono, ad esempio, le iscrizioni totali agli utenti reali: basti pensare che chiunque sia iscritto a più canali Telegram viene conteggiato più volte, un dettaglio che i report originali spesso segnalano, ma che chi diffonde la notizia omette regolarmente.
Allo stesso modo, si scambia il numero di registrazioni storiche – account accumulati in vent’anni di vita digitale, in gran parte inattivi – con gli utenti attivi su base mensile.
A questo si aggiunge la sovrapposizione tra visite e visitatori unici, ed è un errore grossolano: un singolo utente che torna sullo stesso sito più volte al giorno moltiplica artificialmente il conteggio, trasformando un traffico consolidato in una folla oceanica.
Il culmine della distorsione si raggiunge poi quando si confonde il contenitore con il contenuto: attribuire l’intero traffico di un sito con centinaia di migliaia di contenuti eterogenei, come lo è Motherless, alla sua categoria più oscura è una forzatura logica identica a quella di chi sommasse tutto il traffico di YouTube per affermare che ogni singolo utente stia guardando, in quel preciso momento, lo stesso video di propaganda estremista.
Infine, si ignorano le variabili demografiche: senza alcuna verifica di nazionalità, genere o identità, si assume che ogni account corrisponda a un uomo italiano – un’ipotesi che diventa scientificamente nulla quando usata per calcolare proporzioni nazionali.
Tutto questo culmina nel trucco finale: prendere numeri già gonfiati da queste distorsioni e dividerli per la popolazione reale. Si ottengono così frazioni terrificanti come “1 uomo su 3”, che si ammantano di un’aura di oggettività.
Ma un calcolo eseguito su basi che non rappresentano la realtà non è scienza: è aritmetica al servizio della retorica.
Le vittime e la matematica della recidiva
A volte, la strategia retorica non consiste nel gonfiare il numero dei colpevoli, ma nell’invertire la prospettiva partendo dai dati sulle vittime.
Prendiamo le stime ISTAT sulla violenza di genere: circa 6 milioni e 788mila donne in Italia hanno subito, nel corso della propria vita, qualche forma di violenza fisica o sessuale. Il ragionamento che spesso ne consegue compie un salto logico: si assume che a quasi 7 milioni di vittime corrispondano altrettanti aggressori.
La realtà dei fatti, tuttavia, è ben più complessa. Anche prendendo il dato per buono 3, gli studi criminologici mostrano come la recidiva tra gli autori di violenza tenda a essere elevata: una porzione significativa degli episodi non è opera di altrettanti individui unici, ma di un numero più ristretto di persone responsabili di atti multipli [Hanson & Morton-Bourgon 2005], [Carabellese et al. 2012].
Si tratta di una distinzione tutt’altro che tecnica o marginale: è la differenza profonda tra il sostenere che “un uomo su tre è un potenziale aggressore” e riconoscere, invece, la presenza di una criminalità seriale che va affrontata con strumenti mirati.
Sia chiaro: questo non rende i crimini meno gravi né attenua la necessità di una ferma condanna. Nessuno ha il diritto di giudicare chi prova paura, né di chiedere a una donna di accantonare il proprio vissuto per consultare un foglio Excel. La paura è un’emozione legittima e non ha bisogno di giustificazioni statistiche.
Tuttavia, esiste un confine netto tra il riconoscere tale sofferenza e lo strumentalizzarla. Trasformare il dolore delle vittime in una base di calcolo per alimentare la narrazione del “tutti gli uomini” non serve a proteggere nessuno; al contrario, rischia di sviare l’attenzione dalla natura reale del fenomeno, trasformando una tragedia sociale in un’arma da scontro ideologico.
Il caso Pelicot, e cosa “Monsieur Tout-le-monde” significa davvero
Il caso che forse più di ogni altro ha alimentato la retorica del “tutti gli uomini” è quello di Dominique Pelicot: un uomo che, per quasi un decennio, ha somministrato di nascosto farmaci alla moglie Gisèle per renderla incosciente e ha invitato decine di sconosciuti, contattati online, a violentarla nel sonno 4.
I giornali francesi hanno descritto i complici come “Monsieur Tout-le-monde”, che in italiano sarebbe l’equivalente di un “uomo qualunque”: individui comuni, di ogni età e professione, di quelli che potrebbero benissimo vivere nell’appartamento dirimpetto o che incontreresti tutti i giorni a lavoro, a fare la spesa, in strada a portare a spasso il cane.
L’espressione è potente e contiene un avvertimento importantissimo: molto spesso lo stupratore non ha un identikit riconoscibile. Può essere il vicino, il collega, il marito – non necessariamente lo sconosciuto in un vicolo buio. Gisèle Pelicot stessa lo ha detto con una lucidità che toglie il fiato:
Quand j’entends ces femmes dire que leur mari n’est pas un violeur, je pensais la même chose. Le profil du violeur n’est pas le violeur qu’on peut rencontrer très tard dans un parking.
[Quando sento queste donne dire che il loro marito non è uno stupratore, pensavo la stessa cosa. Il profilo dello stupratore non è quello dello stupratore che si può incontrare a tarda ora in un parcheggio.]
Con queste parole, Pelicot demolisce il mito del “mostro” isolato, ricordandoci che la violenza può annidarsi nel quotidiano, tra persone che consideriamo insospettabili.
Tuttavia, c’è un rischio interpretativo profondo in questa consapevolezza: “Monsieur Tout-le-monde” non significa “tutti gli uomini”. Significa che un uomo violento può avere qualsiasi faccia, non che qualsiasi faccia nasconda un uomo violento. È, in definitiva, un invito a restare vigili, non un’accusa indiscriminata verso il genere maschile.
Il fatto che 51 uomini – pur sommati agli altri condannati per crimini simili – abbiano scelto di compiere un atto abominevole, racconta la facilità con cui certi soggetti si prestano al male, ma non offre alcun dato statistico sulla presunta natura deviata di decine di milioni di altri uomini.
Confondere l’universalità della possibilità del male con la realtà del comportamento maschile è l’ennesimo salto logico che ci allontana dalla comprensione del fenomeno, anziché aiutarci a combatterlo.
La doppia indecenza
Desidero essere chiara su un punto, perché so che questo tipo di discorso viene facilmente frainteso (o travisato di proposito).
L’operato degli uomini che popolano i canali, i forum e le chat di cui abbiamo parlato – voyeurismo, estorsione, scambismo non consensuale e violenza fisica – è inaccettabile e non ammette giustificazioni. Questi fenomeni meritano una risposta investigativa e legislativa rigorosa, e se, come è probabile, la portata del problema è superiore a quanto siamo disposti ad ammettere, è necessario prenderne atto e intervenire con la massima risolutezza.
Tuttavia, la gravità di tali crimini non legittima il salto logico verso la colpevolezza universale: proprio perché il problema è reale e serio, richiede dati corretti, non una propaganda emotiva costruita su metriche distorte. Gonfiare le statistiche non offre alcuna protezione alle donne; al contrario, rende più agevole la liquidazione del problema come semplice allarmismo, offrendo un vantaggio a chi sfrutta la confusione per restare impunito.
Trasformare ogni caso di cronaca in un’accusa collettiva rivolta a metà del genere umano è un atteggiamento altrettanto deprecabile. Non intendo porre sullo stesso piano violenza criminale e retorica d’accusa, ma ritengo quest’ultima ugualmente odiosa e vile: la prima distrugge le vite, la seconda semina odio travestito da giustizia, alimentando una frattura sociale che ricade sulle relazioni tra persone reali.
Purtroppo, chi oggi tenta di contestualizzare i dati – sottolineando, ad esempio, la differenza tra visite mensili e utenti unici – viene spesso accusato di negazionismo o, peggio, di complicità con un presunto sistema di violenza e oppressione, come se correggere un errore statistico significasse sminuire la portata di un reato.
È un paradosso pericoloso: la precisione non è nemica della giustizia, ne è, al contrario, il presupposto indispensabile.
Chi sono i responsabili?
Esiste un percorso chiaro per gli uomini che si rendono responsabili di reati: indagini, processi e sentenze.
Al contrario, non esiste alcun meccanismo di responsabilità per chi, prendendo dati reali, li distorce fino a farne un’arma retorica.
Non c’è un tribunale per chi trasforma ogni uomo in un potenziale sospettato, ogni interazione in una trappola e ogni dato statistico in munizione per una guerra tra i sessi. Nessuno chiederà mai conto a queste persone di aver alimentato una divisione profonda nel discorso pubblico. E in un certo senso trovo giusto che sia così: in una società democratica, le opinioni non si puniscono.
Tuttavia, è necessario smettere di elevare la distorsione dei dati a “battaglia nobile”. Non c’è nulla di nobile nel manipolare le cifre.
Chi lo fa non sta combattendo per la giustizia; sta semplicemente utilizzando la sofferenza delle vittime come combustibile per un fuoco che, anziché illuminare la complessità della violenza di genere, finisce solo per bruciare ogni possibilità di un confronto reale.
La verità non è un accessorio della causa che si difende, ma il suo presupposto fondamentale: senza la volontà di guardare ai dati per quello che sono, ogni tentativo di protezione diventa solo una diversa forma di rumore.
Non so se si tratti di iniziative spontanee, portate avanti da singole persone mosse da un profondo risentimento, o se dietro vi sia una strategia più strutturata, una sorta di “cabina di regia” che persegue un’agenda di polarizzazione – un classico divide et impera applicato al genere. Non spetta a me dirlo.
Quel che è certo, però, è che le conseguenze di questo clima sul dibattito pubblico e sulla qualità delle relazioni tra uomini e donne sono sotto gli occhi di chiunque navighi nel settore: il terreno è diventato così tossico che anche il tentativo di discutere i fatti è diventato, di per sé, un atto divisivo.
Bibliografia
[Carabellese et al. 2012] F. Carabellese, G. Rocca, C. Candelli, D. La Tegola, J.M. Birkhoff, La gestione degli autori di reati sessuali tra psicopatologia e rischio di recidiva. Prospettive trattamentali, Rassegna Italiana di Criminologia, 2012: https://irinsubria.uninsubria.it/bitstream/11383/1744497/1/sexoffender_compressPdf.pdf ^
[Hanson & Morton-Bourgon 2005] R. Karl Hanson, Kelly E. Morton-Bourgon, The Characteristics of Persistent Sexual Offenders: A Meta-Analysis of Recidivism Studies, Journal of Consulting and Clinical Psychology, 2005: https://www.icmec.org/wp-content/uploads/2015/10/Characteristics-of-Persistent-Sex-Offenders-Meta-Analysis-of-Recidivism-2005.pdf ^
[Permesso Negato 2022] Rapporto ‘State of Revenge’ 2022 sulla pornografia non consensuale: https://www.permessonegato.it/wp-content/uploads/2024/09/PermessoNegato_StateofRevenge_2022.pdf ^
Note
Footnotes
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Telegram consente di essere aggiunti ai gruppi senza consenso preventivo, una criticità che espone gli utenti a una vasta gamma di contenuti non richiesti. Per esperienza diretta, mi capita spesso di essere aggiunta a gruppi legati a investimenti dubbi o attività di spam; pur avendone notato la dinamica, immagino quanto facilmente un tale invito possa passare inosservato a un utente meno assiduo o meno avvezzo alle impostazioni della piattaforma, rendendo il conteggio degli “iscritti” una metrica estremamente approssimativa. ↩
-
Indipendentemente dalla quantificazione del fenomeno, la condotta del sito rimane grave: Phica operava anche attraverso un sistema estorsivo che richiedeva alle vittime il pagamento di somme tra i 250 e i 1.000 euro al mese per la rimozione delle proprie immagini. È in questo metodo, che trasformava il dolore delle vittime in una fonte di profitto, che risiede l’aspetto più esecrabile del caso, al di là di qualsiasi conteggio numerico. ↩
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È opportuno segnalare che la metodologia di tale indagine è stata oggetto di critiche in sede scientifica e sociologica, tra le quali si distingue l’analisi di Davide Stasi in ‘Violenza sulle donne: le anti-statistiche’, che pone l’accento sulle complessità nella definizione e nel conteggio del fenomeno. ↩
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Le indagini hanno identificato 72 diversi aggressori; 51 sono finiti a processo ad Avignone, tutti condannati, con pene che oscillano tra i 3 e i 20 anni di reclusione. ↩