La società italiana è patriarcale? — Famiglia

Chi decide come dividere le faccende domestiche? Chi rinuncia al lavoro quando arriva un figlio? E perché in Italia il congedo di paternità dura solo 10 giorni? Proseguiamo l’analisi della serie “La società italiana è patriarcale?” guardando dentro le mura di casa.

Parità formale dei coniugi

Dal punto di vista giuridico, con la già citata Riforma del diritto di famiglia del 1975 la struttura familiare italiana ha subito una trasformazione radicale. Oggi, entrambi i coniugi hanno pari diritti e doveri, inclusi quelli di fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione e coabitazione, e non esiste più una gerarchia giuridica tra marito e moglie.

Naturalmente, la parità legale non garantisce in automatico l’uguaglianza sostanziale. Le dinamiche di potere economico (es. chi ha il reddito più alto, chi prende decisioni finanziarie o abitative) continuano spesso a riflettere uno sbilanciamento a favore degli uomini. In questo capitolo approfondiamo alcuni degli aspetti più rilevanti.

Divisione del lavoro domestico e di cura

Nonostante i cambiamenti degli ultimi decenni e la crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro, in Italia permane un squilibrio nella divisione dei compiti domestici e di cura.

Tra le varie indagini condotte negli anni, l’ISTAT rileva il cosiddetto ‘indice di asimmetria famigliare’, che misura la distribuzione del carico di lavoro in ambito famigliare tra i membri della coppia: se maggiore del 50%, significa che le donne si occupano della maggior parte dei lavori di casa.

Grazie a questo indice possiamo osservare un calo della proporzione di lavoro di cui si fanno carico le donne negli ultimi 35 anni, a partire da un 80% degli anni 1988-89, passando per un 71-74% tra il 2002 e il 2008 [ISTAT 2010], e arrivando a circa il 62% nel 2022 [ISTAT SDG 2023]. Il carico è inoltre tendenzialmente più alto più sono i figli piccoli nella coppia e meno è avanzato il titolo di studio; inoltre si osserva una divisione più equilibrata nelle regioni del Nord rispetto al Sud e alle isole: nel 2022 erano rispettivamente il 59% e il 67% del lavoro famigliare.

Se infine all’interno della coppia lei non è occupata, il carico aumenta. Per esempio con entrambi i coniugi lavoratori, in media lui si occupa per 2 ore del lavoro domestico e lei di 4 ore e 50 minuti, se è solo lui a lavorare a lei toccano 8 ore, mentre a lui ne rimangono una e mezza circa [ISTAT 2010].

Ci sono naturalmente varie ragioni dietro tale divario medio tra la popolazione, in particolare il fatto che le donne abbiano un tasso di occupazione inferiore, lavorino più part-time, e tendano ad avere lavori pagati meno. Una conseguenza è che, per esempio con l’arrivo di un figlio e l’accrescimento del carico di lavoro casalingo, lei sia più spesso portata a lasciare il lavoro piuttosto che lui – in quanto avrebbe poco senso rinunciare allo stipendio più alto dei due.

Senz’altro anche l’aspetto culturale gioca un ruolo importante: se il compito degli uomini è ‘portare il pane a casa’ – il cosiddetto “breadwinner” – e quello delle donne è viceversa prendersi cura della casa, a secondo del punto di vista entrambi possono essere visti sia come un fardello o un obbligo (”l’uomo deve lavorare e mantenere la famiglia”, “la donna deve stare a casa a badare ai figli”), sia come una forma di libertà e indipendenza (”l’uomo può lavorare e realizzarsi professionalmente”, “la donna non deve lavorare e può passare del tempo con la famiglia”). Tuttavia, ancora una volta, l’evidenza di una percentuale mai così vicina al 50% fa ben sperare che la direzione sia quella virtuosa, in cui la divisione dei lavori domestici sia meno sbilanciata in sfavore di uno dei coniugi.

Congedo parentale

La Legge di Bilancio 2025 in Italia ha introdotto importanti modifiche al congedo parentale facoltativo, aumentando la retribuzione (80%) dei primi 3 mesi, incentivando così entrambi i genitori a partecipare più equamente alla cura familiare. Nonostante queste novità positive, rimane tuttora marcato il divario nel congedo obbligatorio: 5 mesi per le madri contro soli 10 giorni per i padri.

Un confronto europeo mostra significative differenze nelle politiche sul congedo parentale [EP Think Thank 2025]: paesi come la Spagna prevedono già 16 settimane obbligatorie, pienamente retribuite al 100%, per entrambi i genitori e non trasferibili, al fine di promuovere una reale parità [Expatica 2025]. La Svezia offre invece un congedo complessivo molto generoso (480 giorni, cioè 16 mesi), con quote non trasferibili di 90 giorni a testa [Swedish Institute 2025], mentre la Francia stabilisce 5 settimane obbligatorie di paternità e un successivo congedo parentale facoltativo fino a 3 anni, incentivando economicamente le coppie che lo condividono [Service Public 2025].

Questi esempi indicano come la strada verso una vera condivisione della genitorialità sia possibile e auspicabile, e offrono modelli di riferimento utili per migliorare ulteriormente il sistema italiano.

Cognome del padre o del marito

Interessante approfondire anche il tema del cognome, che potrebbe apparire come l’emblema della presenza di un costrutto sociale di tipo patriarcale, e del resto la stessa Corte Costituzionale sembra pensarla in questo modo: nella sentenza n. 61/2006 è scritto:

l’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna.

Come approfondimento storico, vale la pena ricordare che l’attribuzione del cognome paterno non nasceva certo per caso, ma aveva una funzione precisa: garantire il riconoscimento della paternità e quindi la legittimità dei figli, secondo il principio latino mater semper certa est, pater numquam (”la madre è sempre certa, il padre mai”) [Studio Lombardi 2022].

Fino al 2022, comunque, la legge prevedeva l’automatica attribuzione del solo cognome paterno. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 131/2022, ha dichiarato tale automatismo illegittimo, aprendo alla doppia scelta — ancora naturalmente non molto diffusa, ma in aumento (6.2% nel 2023, contro il 2.4% del 2020 [ISTAT 2023].

E per quanto riguarda il cognome del marito per una donna che si sposa? In Italia, sempre una sentenza di Cassazione, la n. 1692 del 1961, ha stabilito che “la moglie ha il diritto, non l’obbligo, di aggiungere il cognome del marito al proprio”, mentre sostituire il cognome da nubile con quello del marito è consentito solo in contesti informali, quindi non ad esempio nei documenti anagrafici [Camera 2010] .

Anche se l’uso sociale del cognome del marito era fortemente incoraggiato e compariva spesso sui documenti (ad es. ’Maria Bianchi in Rossi’), nemmeno nel diritto civile monarchico o fascista le donne hanno dovuto cambiare cognome da sposate. È interessante in effetti il confronto con altri paesi europei, in cui un tempo vigeva per le donne l’obbligo di assumere il cognome del marito (in Germania fino al 1976, in Francia fino al 1985, in Svizzera fino al 2013). Invece, in molti paesi anglofoni, non vi è mai stato un obbligo legale, come per il Regno Unito, ma la prassi è tutt’ora molto diffusa, con l’80-90% delle donne che rinuncia al proprio cognome in favore di quello del marito tra UK e USA [Pew Research 2023], [The Conversation 2020] 1.

Eredità giuridica del passato: il “delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore”

Tra i residui del patriarcato istituzionale citati più di frequente nel dibattito pubblico figura il cosiddetto delitto d’onore, spesso evocato anche in relazione al femminicidio 2: introdotto nel 1889 nel Codice penale e riformulato nel 1930 all’interno del Codice Rocco, l’art. 587 – abolito “solo” nel 1981 – prevedeva una significativa attenuazione della pena per:

“chiunque cagion[i] la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia […]”

In termini non tecnici, la norma riconosceva una attenuante specifica per l’omicidio quando questo fosse commesso in reazione a una presunta offesa all’onore familiare.

Nel dibattito contemporaneo il delitto d’onore viene spesso presentato come la legge patriarcale per eccellenza: una norma che avrebbe sancito un diritto maschile di vita e di morte sulla donna, in quanto moglie o figlia [Il Fatto Quotidiano 2019], [La Repubblica 2021]. Questa lettura coglie correttamente il carattere profondamente non egualitario della norma, ma tende talvolta a semplificare il suo funzionamento giuridico.

Il delitto d’onore non configurava infatti un “diritto” alla violenza privata, bensì una valutazione differenziata della responsabilità penale, fondata sull’idea che l’omicidio fosse stato commesso sotto l’effetto di un impulso emotivo immediato e incontrollabile, scatenato da un’offesa ritenuta socialmente gravissima. La ratio dichiarata non era la punizione della donna in quanto tale, ma la riduzione della colpevolezza dell’autore del reato in presenza di quello che la dottrina dell’epoca definiva un impeto d’ira [Hughes 2020] 3.

Ciò non rende la norma meno problematica. Al contrario, è proprio questa impostazione a rivelarne il carattere profondamente patriarcale: lo Stato riconosceva valore giuridico all’“onore” familiare — e in particolare alla sessualità femminile come suo fondamento — al punto da attenuare la tutela della vita. Inoltre, sebbene il testo fosse formalmente neutro (l’attenuante non era limitata esplicitamente ai soli uomini), nella prassi applicativa e nel contesto sociale dell’epoca essa colpiva in modo sproporzionato le donne, riflettendo una struttura di potere fortemente asimmetrica [Unid 2025].

Un’impostazione analoga emergeva anche in materia di violenza sessuale. Fino al 1981 l’ordinamento italiano consentiva l’estinzione del reato qualora l’autore sposasse la vittima. Questa norma era contenuta nell’art. 544 del Codice penale, che recitava:

“Per i delitti di cui agli articoli 519, 520, 521 e 523 (atti di violenza carnale, atti di libidine violenta, corruzione di minorenne e rapimento a fine di libidine), si estingue il reato se il colpevole sposa la persona offesa.”

Alla base di questa norma vi era una concezione per cui il danno giuridicamente rilevante non era primariamente la violenza subita dalla persona, ma la perdita di “onorabilità” della donna e della sua famiglia. Il matrimonio aveva funzione riparatoria non nei confronti della vittima, bensì dell’ordine sociale violato.

È importante sottolineare che queste norme non erano incontestate nemmeno all’epoca; anzi, furono oggetto di critiche crescenti da parte di giuristi, movimenti civili e opinione pubblica.

Una svolta definitiva si ebbe nel 1966 con il caso di Franca Viola, giovane siciliana che per la prima volta rifiutò pubblicamente il matrimonio riparatore, sfidando non solo la tradizione ma anche la minaccia di emarginazione sociale e ulteriori violenze. Il processo contro il suo aggressore ebbe enorme eco mediatica, contribuendo a scardinare culturalmente e giuridicamente questa pratica [Cuzzi 2010].

Oggi tanto il delitto d’onore quanto il matrimonio riparatore appartengono a una stagione giuridica definitivamente superata. La loro analisi resta però rilevante non per attenuarne la gravità, ma per comprendere come il diritto abbia storicamente incorporato e legittimato specifiche gerarchie di valore, e in che modo tali presupposti siano stati progressivamente smantellati. Un esempio emblematico è il recente omicidio di Saman Abbas, per cui i familiari responsabili sono stati condannati all’ergastolo.

Considerazioni conclusive

Sulla base dei dati e delle norme esaminate, il quadro della famiglia italiana si può sintetizzare così:

  • La parità giuridica tra coniugi è completa dalla riforma del 1975: non esistono più gerarchie formali né autorizzazioni maritali, e entrambi i coniugi hanno pari diritti e doveri.
  • La divisione del lavoro domestico rimane sbilanciata, ma è in costante miglioramento: dall’80% di carico femminile del 1988 al 62% del 2022. Il trend è positivo e coerente con l’aumento dell’occupazione femminile.
  • Il congedo parentale presenta ancora asimmetrie significative (5 mesi vs 10 giorni per il congedo obbligatorio), anche se le recenti modifiche legislative vanno nella direzione di una maggiore condivisione.
  • L’attribuzione automatica del solo cognome paterno è stata dichiarata illegittima nel 2022, aprendo alla scelta del doppio cognome — opzione ancora poco diffusa (6,2% nel 2023), ma in crescita.
  • Istituti come il “delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore” sono stati aboliti da oltre quarant’anni e oggi i reati correlati vengono puniti severamente.

Applicando i criteri metodologici definiti ne La società italiana è patriarcale?, dal punto di vista legislativo-strutturale, la famiglia italiana non presenta più elementi riconducibili a un sistema patriarcale. L’ordinamento giuridico garantisce piena parità tra i coniugi, tutela l’autonomia individuale di entrambi e ha progressivamente eliminato ogni residuo normativo della patria potestas.

Sul piano socio-culturale pratico, permangono disparità nella distribuzione del lavoro domestico e di cura, che riflettono probabilmente una combinazione di fattori: differenze nei tassi di occupazione, divari retributivi, ma anche aspettative sociali ancora legate a ruoli di genere tradizionali. Tuttavia, il trend decennale mostra un chiaro avvicinamento alla parità, segno che queste dinamiche non sono cristallizzate ma in evoluzione.

In sintesi, la famiglia italiana contemporanea non può essere definita patriarcale secondo i criteri esaminati: le strutture formali di subordinazione femminile sono state smantellate, e le disparità residue — pur significative — appaiono come retaggi culturali in via di superamento piuttosto che come espressione di un sistema di dominio maschile istituzionalizzato.

Bibliografia

[Camera 2010] Cognome dei coniugi e dei figli: https://leg16.camera.it/561?appro=539

[Cuzzi 2010] La ragazza che disse di no (Tratto da ‘La donna italiana da Salò alla Prima Repubblica’, ed. Libreria CUESP): https://air.unimi.it/bitstream/2434/161736/2/La ragazza che disse di no. Franca Viola contro la consuetudine del matrimonio riparatore.pdf

[EP Think Thank 2025] Maternity & Paternity Leave in the EU: https://epthinktank.eu/2025/03/21/maternity-and-paternity-leave-in-the-eu-2/

[Expatica 2025] Maternity and paternity leave in Spain: https://www.expatica.com/es/working/employment-law/maternity-leave-spain-105033/

[Hughes 2020] Honourable murder: The “delitto d’onore” and the Zanardelli code of 1890: https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1354571X.2020.1750786

[Il Fatto Quotidiano 2019] Femminicidio, il delitto d’onore esiste ancora: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/05/femminicidio-il-delitto-donore-esiste-ancora/5012964/

[La Repubblica 2021] Delitto d’onore e matrimonio riparatore: quando le donne dissero basta: https://archive.is/20250211140752/https://www.repubblica.it/cultura/2021/10/06/news/delitto_d_onore_e_matrimonio_riparatore_quando_le_donne_si_ribellarono-320869477/

[ISTAT 2010] La divisione dei ruoli nelle coppie - Anno 2008/2009: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2011/01/testointegrale201011101.pdf

[ISTAT 2023] Natalità e fecondità della popolazione residente: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/10/Natalita-in-Italia-Anno-2023.pdf

[ISTAT SDG 2023] Informazioni statistiche per l’agenda 2030 in Italia: https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici/sdgs/2023/Rapporto-SDGs-2023.pdf

[Pew Research 2023] About 8 in 10 women in opposite-sex marriages say they took their husband’s last name: https://www.pewresearch.org/short-reads/2023/09/07/about-eight-in-ten-women-in-opposite-sex-marriages-say-they-took-their-husbands-last-name/

[Service Public 2025] Congé de paternité et d’accueil de l’enfant d’un salarié du secteur privé: https://www.service-public.fr/particuliers/vosdroits/F3156

[Studio Lombardi 2022] Doppio cognome: tra disuguaglianza genitoriale e tradizione: https://www.lombardieassociati.it/doppio-cognome/

[Swedish Institute 2025] Work-life balance in Sweden: https://sweden.se/work-business/working-in-sweden/work-life-balance

[The Conversation 2020] Why so many women still take their husband’s last name: https://theconversation.com/why-so-many-women-still-take-their-husbands-last-name-140038

[Unid 2025] Delitto d’onore: storia nel Codice Penale italiano: https://www.unidprofessional.com/storia-delitto-onore-nel-codice-penale-italiano/

Note

Footnotes

  1. Trattasi ovviamente di aneddotica, ma tra le numerose coppie di amici britannici e statunitensi che ho, tutte le donne erano e sono molto orgogliose di portare il nome del marito. Alcune mantengono il cognome da nubile, ma più che altro come comodità nell’era dei social, ad esempio chiamandosi nel formato ‘Angelina Jolie Pitt’ su Facebook per essere trovate dagli amici del ‘prima’ e del ‘dopo’.

  2. A mio parere l’accostamento è fuorviante: richiama una possibile continuità simbolica legata alla perdita di status o “onore” maschile, ma confonde una motivazione individuale con una norma giuridica storica che attenuava / legittimava l’omicidio.

  3. Da notare anche che fino al 1996 il Codice Rocco definiva la violenza sessuale come “delitto contro la moralità pubblica e il buon costume”, anziché contro la persona.

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