La società italiana è patriarcale? — Cultura, media e linguaggio

Questo capitolo sarà un po’ diverso dagli altri.

La ricerca che sto conducendo per rispondere al quesito “l’Italia è patriarcale?” attraversa più le leggi e le norme istituzionali che gli aspetti culturali della società. Non perché questi ultimi non siano importanti – anche nel definire e influenzare le vite di uomini e donne –, ma salvo eccezioni si tratta di aspetti circostanziali: presenti sì, ma non facilmente osservabili su larga scala né riconducibili con un nesso causa-effetto a un sistema patriarcale.

Ricordiamolo: il patriarcato è prima di tutto un sistema sociale. Le conseguenze sulla cultura e sulla mentalità sono evidenti in un sistema patriarcale, ma la persistenza di dinamiche sessiste non implica che la struttura sottostante sia di questo tipo.

Presenza femminile nell’arte e nella cultura

A costo di ripetermi, oggi tutte le consuetudini e le norme, anche non “ufficiali”, che impedivano alle donne di accedere ai campi culturali – tra arte, letteratura, filosofia, musica, teatro, cinema e così via – sono un ricordo più o meno lontano del passato. Non è sempre stato così, naturalmente, perciò ecco un po’ di dati a cui fare riferimento:

Arte visiva

Se fino al 1875, come abbiamo visto, le donne non avevano accesso formale alle università e alle accademie d’arte, l’Accademia di Brera (Milano) e di San Luca (Roma) avevano già ammesso alcune donne nei due secoli precedenti, come Giovanna Garzoni e Rosalba Carriera [Catalogo Arte Moderna 2024].

Oggi secondo il National Museum of Women in the Arts le donne costituiscono il 47.6% dei creatori di arti visive negli Stati Uniti, ma solo il 13.7% degli artisti viventi esposti nelle gallerie di Europa e Nord America, e complessivamente meno di un quarto all’interno delle fiere Art Basel degli ultimi quattro anni. Sono inoltre presenti meno creazioni di donne nelle aste (circa il 3% delle vendite tra il 2008 e metà 2022, anche se nel corso del solo 2022 sono state il 9.3%) e nelle vendite interne alle gallerie d’arte (39%), e guadagnano meno dalle vendite: ad esempio in uno studio condotto su un campione di 1,9 milioni di transazioni d’asta in 49 paesi tra il 1970 e il 2016, il prezzo medio di vendita dei quadri di artiste era del 42% più basso rispetto a quello degli uomini [Adams et al. 2021]. Si stima che con il tasso di crescita corrente la parità verrà raggiunta non prima del 2053 [NMWA 2025].

Da qualsiasi lato la si voglia vedere, ancora una volta il trend generale è in miglioramento, e trovo positivo che in relativamente così poco tempo – rispetto a un mondo in cui le artiste si contavano sulle dita di una mano – si sia arrivati a numeri del genere.

Musica

Il termine “conservatorio” ha origine nei secoli XIV e XV, quando molti istituti dedicati all’accoglienza e alla cura iniziarono a offrire una formazione professionale agli ospiti – spesso orfani, bambini abbandonati o giovani figlie di famiglie un tempo nobili –, inclusa quella musicale.

Sebbene alle donne fosse preclusa la possibilità di esibirsi in pubblico o a teatro, molte riuscirono comunque a raggiungere notevoli livelli di abilità e di fama, in particolare nell’ambito della Scuola di Venezia [Istituto Corelli 2023].

Emblematico è il caso del conservatorio veneziano dell’Ospedale della Pietà, dove le ragazze ospiti, conosciute come “Figlie di Choro”, ricevevano un’educazione musicale di altissimo livello [Baroque.it 2008]. Alcune furono allieve di Antonio Vivaldi e conquistarono l’ammirazione di visitatori illustri come Charles Burney, che ne lodò il talento nel suo Viaggio musicale in Italia [Cacciatori et al. 2021].

La scena musicale è senz’altro molto diversa oggi rispetto alle chiese medievali, ai teatri e alle sale da concerto dell’epoca classica e romantica, ma possiamo dire che sia se possibile più spietata e competitiva, almeno a giudicare dal numero di individui che vi si dedicano. Ciononostante la presenza di donne è in aumento rispetto agli anni passati: il rapporto del SAE institute parla di un 21.7% di donne tra gli artisti, 12.5% tra gli autori e il 2.6% tra i produttori, con circa l’8% complessivo di brani incisi da cantanti e musiciste in Italia [SAE 2021].

L’ambito orchestrale è un ulteriore mondo a parte rispetto alla musica ‘pop’, ma l’associazione Classical Rights, che ha raccolto i dati delle principali orchestre in Europa, riporta percentuali attorno al 23-25% per le strumentiste italiane [Classical Rights 2024] – cifra confermata anche dall’Università di Padova, che rileva anch’essa un 25% circa di donne nelle orchestre (in cima la Fondazione Arena di Verona con il 33.1%) [Il Bo Live 2023]. Questo nonostante, come emerge dai dati MUR, tra il 2017 e il 2022 le diplomate nei conservatori italiani rappresentassero circa il 42% [MUR 2023].

Ci sono ovviamente molti passi ancora da fare, ma sarebbe utile approfondire in quale direzione, considerando che le audizioni alla cieca, fondamentali per aumentare la presenza di donne nei gruppi orchestrali, sono in uso da decenni, eppure i risultati appaiono ancora abbastanza lontani dalla parità [AEA 2000].

Teatro & Cinema

Per secoli la presenza delle donne è stata proibita o fortemente scoraggiata all’interno dei teatri, tanto che già nell’antica Grecia i ruoli femminili venivano interpretati da uomini.

In Italia fu la Commedia dell’Arte (XVI secolo) a dare alle donne per la prima volta la possibilità di entrare sul palcoscenico, mentre un secolo dopo (1683) re Carlo II permise alle attrici di interpretare i ruoli femminili nei teatri inglesi.

Facendo un salto temporale fino ai giorni nostri, da uno studio su più di 4000 impiegati di teatri europei, troviamo una quasi-parità tra uomini e donne artisti (attori, cantanti e musicisti), ovvero rispettivamente 55% e 45% circa. Interessante anche analizzare la divisione negli altri ruoli teatrali: le donne dominano tra gli autori, i direttori di produzione, coreografi, e responsabili di scenografia, costumi e luci; gli uomini tra i direttori di scena e gli incaricati tecnici. I direttori d’orchestra sarebbero invece sostanzialmente pari [European Theatre Convention 2021].

Non è semplice trovare dati precisi per quanto riguarda la scrittura degli spettacoli, ma è utile gettare uno sguardo su quello che è con ogni probabilità il centro del mondo teatrale odierno: Broadway. Da inizio ‘900 a una quindicina d’anni fa, infatti, il numero di show scritti da donne non è cambiato – circa il 13% del totale –; in compenso, gli spettacoli nati da una mano femminile fatturano meglio dei corrispettivi maschili, circa il 18% in più [Norman 2009].

Per quanto riguarda il cinema, invece, le donne non furono mai escluse e anzi furono protagoniste fin dagli inizi, anche se naturalmente parliamo di una forma d’arte molto più recente (fine 1800).

Purtroppo anche in questo caso è molto più facile trovare informazioni sull’industria cinematografica americana che altro, ma giusto per avere un’idea: in una recente ricerca che analizza quasi più di 30000 film dal 1910 fino a un secolo dopo, i ruoli femminili accreditati sono stati variabili, circa tra il 20 e il 40% del totale, crescendo fino al 46% ai giorni nostri [Data USA 2022]. La percentuale di attrici protagoniste, cioè quelle più pagate, è passata dal 20% al 40% tra il 1955 e il 2020.

Parlando poi di ruoli nell’industria meno visibili di quelli attoriali ma non meno importanti, almeno dagli anni ‘60 il numero di sceneggiatrici, produttrici e registe sono in crescita costante (oggi attorno al 15-20% a seconda del ruolo) [Amaral et al. 2020], [StatSignificant 2024]. In Italia le registe sono anch’esse sul 15% del totale, con un aumento relativo soprattutto tra chi dirige lungometraggi e documentari [Le Lab 2023].

Letteratura

A differenza delle forme d’arte affrontate finora, l’accesso alla scrittura non ha mai richiesto un’istituzione formale, e per questo motivo la storia della letteratura è piena di donne che, in forma anonima o con pseudonimi maschili, hanno lasciato un segno profondo già a partire dal Medioevo. Basti pensare a figure come Christine de Pizan, autrice de La città delle dame (1405), o Sor Juana Inés de la Cruz, poetessa e filosofa vissuta nella Nuova Spagna del XVII secolo.

Nel contesto italiano, tuttavia, la produzione femminile è rimasta a lungo marginalizzata sia per motivi di alfabetizzazione (più tardiva e limitata per le donne), sia per pregiudizi culturali secondo cui le donne erano più adatte alla lettura che alla scrittura [Bonsignore 2020]. Alcune autrici sono comunque riuscite a emergere: possiamo citare Vittoria Colonna, poetessa rinascimentale ammirata anche da Michelangelo, o Gaspara Stampa, autrice di rime amorose molto apprezzate nella Venezia del ‘500.

È però solo tra ‘700 e ‘800 che in Europa prende davvero piede la presenza femminile in campo letterario, con nomi come Jane Austen, le sorelle Brontë o George Eliot (pseudonimo di Mary Ann Evans). In molti casi tuttavia la scelta di un nome maschile era spesso una necessità per ottenere pubblicazione e legittimazione [Howell 2014].

Oggi, la situazione è profondamente cambiata. In Italia, tra i romanzi più venduti compaiono regolarmente nomi femminili: da Elena Ferrante a Dacia Maraini, Melania Mazzucco, Margaret Mazzantini, fino a scrittrici più giovani come Alice Basso o Valeria Parrella. Le donne inoltre leggono di più degli uomini e sono anche più presenti tra chi scrive narrativa e saggistica [AIE 2019].

Nonostante ciò, persistono alcuni squilibri, ad esempio tra i vincitori dei premi letterari più prestigiosi: su 79 edizioni del Premio Strega, solo 13 sono andate a scrittrici.

Come in altri ambiti, anche nella letteratura il cambiamento è in corso e in parte già avvenuto. Le barriere legali non ci sono più, quelle culturali si stanno erodendo. La sfida, oggi, è più sottile: rompere i cliché, garantire pari visibilità, e non confondere la presenza con la piena parità di accesso e di riconoscimento.

Maschile sovraesteso: l’italiano è sessista?

Negli ultimi anni, parlare di patriarcato significa sempre più spesso parlare anche di lingua. Il maschile sovraesteso è diventato uno dei principali imputati: secondo alcuni, il modo in cui parliamo non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a modellarla, rendendo invisibili le donne e rafforzando strutture di potere preesistenti.

Ma quanto è solida questa tesi? In questa seconda parte provo a fare un passo indietro e a guardare cosa emerge davvero dalla ricerca linguistica e psicologica.


L’italiano possiede due generi grammaticali; al plurale, la forma base è il maschile: se mi rivolgo a “voi lettori”, la forma include sia uomini che donne, mentre “le lettrici” si riferisce solo a donne.

In linguistica questo fenomeno si chiama “marcatezza”, e data la complessità dell’argomento (nonché le mie limitate conoscenze in proposito) consiglio questo video che ne parla in modo semplice ma approfondito, e quest’altro sul perché il ‘non marcato’ si chiama ‘maschile’.

La convinzione che l’italiano sia sessista nasce dal fatto che il genere maschile funge da default. Usando una lente femminista, questa struttura viene letta come conseguenza della supremazia maschile: il maschile è universale, il femminile secondario o invisibile [Sabatini 1987].

In realtà non ci sono evidenze concrete che la lingua sia intrinsecamente sessista. L’etichetta ‘maschile’ per la forma non marcata è arbitraria, e il genere dei termini non è intrinseco: se i nomi animati riflettono di solito il genere della persona o dell’animale (es. uomo/donna, toro/mucca), lo stesso non vale per gli oggetti. Inoltre la terminazione in -o o -a non corrisponde sempre al genere grammaticale (“il problema”, “la mano”, “il pane”, “la rete”), e in ogni caso quest’ultimo non ha nulla in comune con il sesso biologico [Accademia della Crusca 2021]. Non vi è dunque evidenza che la morfologia di una lingua con due generi grammaticali implichi un sistema patriarcale, né che l’assenza di costrutti come il maschile non marcato indichi una società più equa [Pani 2022] 1.

Ciononostante, negli ultimi anni molti attivisti e sociolinguisti hanno iniziato a mettere in discussione la neutralità dell’italiano. Ne sono prova i numerosi articoli, studi accademici [Robustelli 2000], [Baldo et al. 2016], [Adamo et al. 2019], [Urru 2021] e libri [Murgia 2021] pubblicati sull’argomento. Molti si rifanno all’Ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui la lingua influisce sul nostro modo di pensare e agire. La versione “forte” dell’ipotesi è però molto discussa e poco supportata empiricamente [Pinker 1994], [Lucy 1997]. Le versioni più deboli dell’ipotesi – secondo cui la lingua può influenzare l’attenzione o la salienza di certi concetti – sono invece oggetto di studio, ma non implicano automaticamente rapporti di potere o gerarchie sociali [Boroditsky 2001], [Papafragou 2008].

Questo non ha impedito alla comunità attivista di proporre soluzioni come l’uso dell’asterisco o dello schwa per evitare il maschile plurale, fino all’adozione del femminile sovraesteso, come nel recente regolamento dell’Università di Trento, che ha generato ampio dibattito [Accademia della Crusca 2024].

Le posizioni sono polarizzate: da un lato, chi sostiene che il femminile sovraesteso non sia grammaticalmente corretto, poiché “le professoresse” viene interpretato come “gruppo di donne”, e non può essere usato come forma neutra. Dall’altro, chi lo considera un passo verso la parità, restituendo visibilità alle donne da sempre inglobate e rese invisibili dal maschile plurale. Alcuni vedono nella reazione degli uomini (tra cui il rettore dell’UniTN), che davanti a tali cambiamenti si sentono esclusi, un riflesso di ciò che le donne hanno provato per secoli.

Tuttavia è interessante notare che nessun uomo sembra essersi mai offeso per l’uso del “Lei”, che è grammaticalmente femminile ma si applica a entrambi i sessi come forma di cortesia. Come molte regole linguistiche, è una convenzione, non un giudizio con connotazione morale.

Personalmente, mi sono posta la domanda a scuola: il maschile plurale esclude davvero le donne? Una spiegazione chiara da parte della mia prof di lettere mi ha convinta che no, non è così. Come il “Lei” non discrimina gli uomini, il maschile plurale non discrimina le donne: è una regola grammaticale, non un atto che suggerisce la superiorità di un genere verso l’altro. Semmai, è l’uso che noi parlanti facciamo della lingua a poter essere sessista, ma quella è un’altra storia [Il Mulino 2025].

L’ironia del femminile sovraesteso è che rischia di essere meno inclusivo: inverte il problema invece di risolverlo, con un sapore più di vendetta che di parità.

Considerazioni conclusive

Sulla base dei dati esaminati, il quadro della cultura, dei media e della lingua in Italia si può sintetizzare così:

  • Arte visiva: le donne rappresentano quasi la metà dei creatori di arti visive, ma sono sottorappresentate nelle gallerie e nelle aste. Il trend è in miglioramento.
  • Musica: le diplomate dei conservatori sono il 42%, ma le strumentiste nelle orchestre scendono al 25%. Anche qui il trend è positivo.
  • Teatro e cinema: quasi-parità tra attori e attrici (45% donne), con presenza femminile crescente tra registe, sceneggiatrici e produttrici (15-20%).
  • Letteratura: le donne leggono e scrivono più degli uomini, ma i premi letterari restano sbilanciati (13 donne su 79 edizioni del Premio Strega).
  • Lingua: il maschile sovraesteso è una convenzione grammaticale, non un atto discriminatorio. L’ipotesi di Sapir-Whorf nella sua versione “forte” non è supportata empiricamente.

Applicando i criteri metodologici definiti ne La società italiana è patriarcale?, dal punto di vista legislativo-strutturale non esistono barriere formali all’accesso delle donne nei campi artistici, letterari, musicali o cinematografici – e non esistono più da tempo.

Sul piano socio-culturale pratico, ciò che emerge è piuttosto un retaggio storico in via di superamento: le donne sono oggi presenti e attive in tutti i settori culturali, spesso in percentuali crescenti. Permangono squilibri – nelle posizioni apicali, nei premi, nelle vendite – ma il trend è di progressiva convergenza, non di stagnazione o regressione.

Per quanto riguarda la lingua, la struttura grammaticale italiana non è di per sé sessista: il maschile “sovraesteso” è una convenzione linguistica, non un atto di discriminazione. Le proposte di riforma – dallo schwa al femminile sovraesteso – nascono da preoccupazioni legittime ma poggiano su basi teoriche discusse e rischiano talvolta di generare nuove asimmetrie invece di risolverle.

In sintesi, anche in questo ambito non emergono elementi riconducibili a un sistema patriarcale nel senso strutturale del termine2. Le disparità residue sembrano più il risultato di inerzie storiche e dinamiche di mercato che di un sistema di dominio maschile attivamente in vigore.

Bibliografia

[Accademia della Crusca 2021] Un asterisco sul genere: https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/un-asterisco-sul-genere/4018

[Accademia della Crusca 2024] Mettiamo tutto e tutti al femminile? https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/mettiamo-tutto-e-tutti-al-femminile/30517

[Adamo et al. 2019] Adamo S., Tigani Sava E., Zanfabro G., Non esiste solo il maschile. Teorie e pratiche per un linguaggio non discriminatorio da un punto di vista di genere: https://arts.units.it/handle/11368/2944715

[Adams et al. 2021] Adams R., Kräussl R., Navone M., Verwijmeren P., Gendered Prices: https://academic.oup.com/rfs/article/34/8/3789/6218783?login=false

[AEA 2000] Goldin & Rouse, Orchestrating Impartiality: The Impact of “Blind” Auditions on Female Musicians: https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257%2Faer.90.4.715

[AIE 2023] Presentazione del rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2023: https://www.aie.it/Portals/_default/Skede/Allegati/Skeda105-9398-2023.10.18/Rapporto%20sullo%20stato%20dell’editoria%202023.pdf?IDUNI=j0nxcvjz5lrmtdtjqbz2m5fx6622

[Amaral et al. 2020] Long-term patterns of gender imbalance in an industry without ability or level of interest differences: https://journals.plos.org/plosone/article/file?id=10.1371/journal.pone.0229662&type=printable

[Baldo et al. 2016] Baldo M., Maturi P., Ricostruire il genere attraverso il linguaggio: per un uso della lingua (italiana) non sessista e non omotransfobico: https://tinyurl.com/467yywt9

[Baroque.it 2008] Irene Marone, Le putte di coro: https://www.baroque.it/arte-barocca/musica-barocca/le-putte-di-coro.html

[Bonsignore 2020] Alfabetizzazione delle donne in Italia: https://www.ilpostalista.it/toscana/imm/911/01.pdf

[Boroditsky 2001] Lera Boroditsky, Does Language Shape Thought?: Mandarin and English Speakers’ Conceptions of Time: https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0010028501907480

[Cacciatori et al. 2021] Cacciatori F., Pase D., Sardelli F.M., I violini di Vivaldi e le figlie di Choro, Edizioni Museo del Violino 2021

[Catalogo Arte Moderna 2024] Donne e arte: la strada verso l’emancipazione: https://www.catalogoartemoderna.it/approfondimenti/donne-e-arte-la-strada-verso-lemancipazione-75

[Classical Rights 2024] Orchestre e parità di genere: https://www.lastampa.it/rubriche/data-storie/2024/06/07/news/report_classical_rights_orchestre_parita_di_genere-14370934/

[Data USA 2022] Dati sull’occupazione di attori e attrici negli USA: https://datausa.io/profile/soc/actors

[European Theatre Convention 2021] Gender Equality & Diversity in European Theatres: https://www.europeantheatre.eu/download-attached/vkeQRrJpma2BljKn8XsStNoXBl6kXe18XM9CHMRh0Mmzqp7PZ1

[Howell 2014] The Evolution of Female Writers: An Exploration of Their Issues and Concerns from the 19th Century to Today: https://hilo.hawaii.edu/campuscenter/hohonu/volumes/documents/TheEvolutionofFemaleWriters-AnExplorationofTheirIssuesandConcernsfromthe19thCenturytoTodaySamanthaHowell.pdf

[Il Bo Live 2023] Marco Boscolo, Poche donne nelle orchestre italiane: specchio dell’Italia: https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/poche-donne-orchestre-italiane-specchio-dellitalia

[Il Mulino 2025] Edoardo Lombardi Vallauri, “Sovraesteso”? Sul presunto sessismo del maschile non marcato: https://www.rivistailmulino.it/a/sovraesteso-sul-presunto-sessismo-del-maschile-non-marcato

[Istituto Corelli 2023] La nascita dei Conservatori di musica in Italia: https://www.istitutocorelli.com/nascita-dei-conservatori-in-italia/

[Le Lab 2023] Studio qualitativo sul ruolo delle donne registe in Europa: https://femmesdecinema.org/wp-content/uploads/2024/03/%C3%89tude-Lab-2023-Italie.pdf

[Lucy 1997] John A. Lucy, Linguistic relativity, https://cslc.nd.edu/assets/142525/lucy_linguistic_relativity.pdf

[MUR 2023] Database sugli studenti diplomati presso conservatori e istituti superiori musicali, aggiornati anno per anno: https://ustat.mur.gov.it/dati/didattica/italia/afam-conservatori

[Murgia 2021] Michela Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Einaudi 2021

[NMWA 2025] “Get the Facts”: dati sulle diseguaglianze di genere nelle arti: https://nmwa.org/support/advocacy/get-facts/

[Norman 2009] Not There Yet: What will it take to achieve equality for women in the theatre? https://web.archive.org/web/20091114093710/https://www.tcg.org/publications/at/nov09/women.cfm

[Pani 2022] Yasmina Pani, Schwa: una soluzione senza problema, EdiUni 2022

[Papafragou 2008] Papafragou A., Hulbert J., Trueswell J., Does language guide event perception? Evidence from eye movements: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/18395705/

[Pinker 1994] Steven Pinker, The Language Instinct: How the Mind Creates Language, 1994

[Robustelli 2000] Cecilia Robustelli, Lingua e identità di genere. Problemi attuali nell’italiano: https://iris.unimore.it/handle/11380/609013

[Sabatini 1987] Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, 1987: https://smfn.web.uniroma1.it/sites/default/files/IlSessismoNellaLinguaItaliana.pdf

[SAE 2021] Women in Music Industry: https://www.sae.edu/ita/wp-content/uploads/sites/9/2022/10/2021-Women-in-Music-Industry-Report.pdf

[StatSignificant 2024] Gender Representation in the Film Industry: A Statistical Analysis: https://www.statsignificant.com/p/gender-representation-in-the-film

[Urru 2021] Chiara Urru, Tra le righe delle grammatiche: il sessismo linguistico nei libri di testo: https://iris.unimore.it/handle/11380/1353846

Note

Footnotes

  1. Basta guardare ad altre lingue europee per capire quanto arbitraria sia l’attribuzione di genere: in italiano diciamo “il sole” e “la luna”, in tedesco è il contrario (“die Sonne” e “der Mond”), e la parola “ragazza” (“das Mädchen”) è addirittura neutra.

    Tranquilli, imparare il tedesco a scuola non mi ha affatto traumatizzata, no no 😅

  2. A questo punto ho la tentazione di cancellare tutto quello che ho scritto finora, cambiare il titolo in “Esiste il patriarcato nella penisola italiana?” e rispondere

    Be’, effettivamente se il Vaticano non è un patriarcato, allora cosa lo è?

    Però non penso che i femministi che sventolano cartelli con su scritto “Smash the patriarchy” intendano questo… o sbaglio?

    In tal caso, arruolatemi per la prossima guerra, ché mi aggiungo volentieri 😉

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