La società italiana è patriarcale? — Sicurezza
Sicurezza reale vs percepita
Quello che percepiamo non sempre coincide con la realtà. È un principio semplice – e decisamente banale se chiedete a me – ma fondamentale, e si applica anche ai temi affrontati nei capitoli precedenti. Ad esempio, se indossiamo la lente di una certa narrazione, ci potrebbe sembrare di percepire il patriarcato ovunque, anche dove i dati e i fatti raccontano altro. Ed è comprensibile, dal momento che il nostro cervello semplifica, cerca schemi, si affida a impressioni e narrazioni ricorrenti. Proprio per questo, però, è importante ricordare che ciò che sentiamo come vero non è necessariamente reale.
Esistono innumerevoli indagini su questo fenomeno: secondo l’ultima indagine IPSOS [IPSOS 2024], gli italiani credono che gli stranieri rappresentino un quinto della popolazione, quando in realtà sono circa l’11%, e pensano che gli omicidi siano aumentati negli ultimi vent’anni, mentre i dati mostrano un calo costante.
Quanto a percezioni io per prima ho la sensazione che noi donne valutiamo il rischio in modo diverso rispetto agli uomini, soprattutto quando si parla di sicurezza. Ma i dati cosa dicono?
Per esempio che il 16,4% delle donne, contro il 7,4% degli uomini, si sente insicura quando esce da sola la sera; oppure che il 19,5% delle donne dichiara di non uscire affatto per paura, rispetto al 5,3% degli uomini. Il divario però si è ridotto nel tempo, e in ogni caso la paura di uscire di sera cresce in entrambi i sessi con l’età.
Anche rispetto a singoli reati – come furti, aggressioni, borseggi – le donne si dichiarano più preoccupate, seppur con percentuali non così distanti: tra i dati più indicativi, il 39% delle donne teme di subire una violenza sessuale, ma anche il 33% degli uomini condivide la stessa preoccupazione [ISTAT 2024].
Ma veniamo ai dati reali, e qui faccio una premessa: il senso del confronto tra “percepito” e “reale” non è ovviamente fare una specie di gaslighting (della serie, “se hai paura di X quando il rischio oggettivo di incorrere in X è molto ridotto, allora sei stupido/a!”) e al contempo ridicolizzare le paure delle persone. Tutt’altro: è proprio perché la paura è reale e legittima che vale la pena chiedersi quanto corrisponda a un rischio effettivo. Ignorare i dati può portarci a prendere misure inutili – o peggio, a trascurare pericoli più concreti [LaGrange & Ferraro 2006].
Il mio obiettivo non è dare risposte definitive, ma offrire spunti per riflettere, perché troppo spesso i media alimentano la paura invece di informare. E non è difficile immaginare perché: paura = reazioni di pancia = click e visualizzazioni = soldi.
Il discorso è ampio, e non pretendo di esaurirlo qui, ma esaminiamone insieme alcuni aspetti quantitativi.
Reati contro la persona e la proprietà
La classificazione ISTAT distingue tra reati contro la persona (come percosse, lesioni, minacce, violenza sessuale) e reati contro il patrimonio (furti, rapine, truffe), e in base al tipo di reato, è possibile osservare una diversa distribuzione del genere delle vittime.
In questo caso i report dell’ISTAT spesso non includono tale divisione nel dettaglio, ma facendo una ricerca nel suo database è possibile trovare i dati che ci interessano.

In particolare, tra i delitti che colpiscono maggiormente le donne troviamo: violenza sessuale, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, atti sessuali con minorenne e pedopornografia, stalking, e i furti tipo scippi e borseggi. Gli uomini invece sono in maggioranza vittime di tentato omicidio, furti e rapine, percosse e lesioni dolose, minacce e truffe informatiche.
In generale, le donne risultano più frequentemente vittime di reati a sfondo sessuale o legati alla sfera relazionale, mentre gli uomini lo sono più spesso di reati aggressivi o predatori, come lesioni, minacce, furti e rapine.
Violenze tra partner intimi
Passiamo ora a due argomenti che vanno affrontati tenendo a mente un aspetto: i numeri riguardano le denunce effettuate, che sono con ogni probabilità meno rispetto ai reati compiuti effettivamente, e ciò si verifica poiché non sempre le vittime decidono di sporgere denuncia (questo vale anche per i delitti citati in precedenza, ma possiamo ipotizzare che per le violenze sessuali ciò avvenga più di frequente, data la natura del delitto stesso). In particolare, dall’ultima indagine ISTAT soltanto il 12.4% delle donne vittime di violenza fisica dal proprio partner avrebbe sporto denuncia [ISTAT 2014].
Seguono i dati delle denunce per maltrattamenti contro familiari e conviventi registrate dal 2014 al 2023 [ISTAT/Ministero dell’Interno 2024];

La stessa indagine del 2014 raccoglie inoltre le motivazioni per cui chi risponde (donne tra i 16 e i 70 anni di età) di aver subito violenza non ha sporto denuncia: tra queste, le più frequenti sono di aver gestito la situazione da sola (39.6%), di aver reputato il reato non sufficientemente grave (31.6%) o di considerare la violenza come un fatto privato (8.6%); un ulteriore 9% circa non ha denunciato per mancanza di fiducia nella polizia, poi il 10.1% per paura verso l’aggressore o delle conseguenze della denuncia, il 5.4% per vergogna, e un 17% per non danneggiare il partner e/o i propri figli.
Anche la diversa percezione della gravità del fatto è degna di nota: tra le vittime di violenza fisica da parte del proprio partner, circa il 35% considera il fatto un reato, il 44% qualcosa di sbagliato diverso da un reato, e il 20% solo qualcosa che è accaduto [ISTAT 2014].
Basandoci sulla stima delle denunce effettuate sui casi totali, dunque, le quasi 20000 denunce femminili (67 per 100k donne) nel 2023 risulterebbero in circa 161000 ipotetici casi (537 per 100k donne).
Violenze sessuali
Neanche in questo caso è facile fare stime, ma ciò che ISTAT ipotizza, in base ai dati sulla sicurezza percepita e ai campioni intervistati (sempre donne tra i 16 e i 70 anni), è che solo circa il 16% delle violenze sessuali totali venga denunciato [ISTAT 2015].
Quello che segue è il grafico con il numero di denunce per anno, a partire dai dati del database ISTAT.

ISTAT ha osservato che circa metà delle donne che hanno subito violenza sessuale la giudica un reato a tutti gli effetti, poco più di un terzo la considera un fatto grave ma non un reato, e la parte restante semplicemente qualcosa che è accaduto. Tra aggressori partner e non partner le percentuali variano di poco [ISTAT 2014].
Prendendo il tasso di denunce femminili, si può ipotizzare che 5000 casi denunciati (17 per 100mila donne) corrispondano a circa 31000 violenze sessuali totali (103 su 100mila donne), ovvero che in un anno circa lo 0.02% delle donne italiane denunci una violenza sessuale, contro uno 0.1% di ipotetici casi effettivi.
Omicidi
Come visibile nel Grafico 1 elaborato da ISTAT, il tasso di omicidi per 100.000 abitanti è notevolmente diminuito negli ultimi trent’anni: da 2.24 nel 1992 (3.95 per gli uomini, 0.64 per le donne) a 0.42 nel 2022 (uomini: 0.53; donne: 0.32). In pratica negli anni ‘90 gli uomini uccisi erano più del quadruplo, e le donne uccise circa il doppio, rispetto a pochi anni fa.
Il miglioramento dal lato femminile è senz’altro meno ‘impressionante’, ma è anche vero che già nel 1992 il valore era assai basso (di soli 0.11 punti più alto rispetto al valore maschile odierno). Il trend femminile è osservabile almeno a partire dagli anni ‘70, mentre quello maschile è molto più variabile, ad esempio con picchi di 14 morti per 100k abitanti nel 1990 [Colombo 2011].

È interessante anche guardare il dato dei tentati omicidi, che dalle rilevazioni a partire dal 2008 colpiscono gli uomini nel 77-83% dei casi, con un tasso di 2,8 per 100k abitanti, contro 0,6 ogni 100k per le donne.
Rapportando il numero di omicidi compiuti al numero di tentati omicidi per ciascun genere, nel 2023 si ottiene un rapporto del 16% per gli uomini e del 35% per le donne (numeri estratti dal database ISTAT per l’anno 2023). Vale però una precisazione: i due dataset sono indipendenti e non tracciano gli episodi dal tentativo all’esito – il 35% non significa che i tentativi di uccidere una donna riescano più spesso. Misura piuttosto quanto siano frequenti i casi letali rispetto a quelli non letali, all’interno di popolazioni e contesti diversi.
La differenza ha una spiegazione strutturale: la violenza domestica e relazionale, in cui le donne sono vittime più frequenti, tende a essere più letale di quella tra estranei, in parte perché l’aggressore ha accesso prolungato alla vittima, in parte perché il contesto di dipendenza riduce le possibilità di reazione o fuga. È un’asimmetria reale, che merita attenzione.
Femminicidi
Abbiamo già visto i numeri degli omicidi volontari, ma c’è chi opera una distinzione tra omicidi ‘normali’ e omicidi ‘di genere’, in particolare quelli che hanno una donna come vittima. La motivazione è che in certi casi l’assassinio avvenga proprio in base al genere della vittima: per esempio, un conto è provocare la morte di una donna nel contesto di una rapina o di un incidente stradale; un altro è ucciderla perché il carnefice non sopportava la fine della relazione con la donna stessa, oppure come punizione da parte di una famiglia tradizionalista per aver attuato comportamenti ‘libertini’.
Il termine in questione è “femminicidio”, che indica un omicidio di una donna per motivi legati al genere.
Di solito, la risposta che si dà a chi denuncia il sessismo di questa definizione, o che invoca l’uso di un termine analogo per gli uomini (”maschicidio”, “androcidio” o “viricidio”), è che molto raramente gli uomini vengono uccisi “in quanto uomini” oppure in seguito a un tentativo di emancipazione da un sistema sociale che li opprime [Ingenere 2018] [Roba da Donne 2024]. A prescindere da questo, la necessità di parametri oggettivi per definire un “omicidio di genere” è imprescindibile per determinare quanto grave sia il problema [UNODC/UNWomen 2022].
Il succitato framework delle Nazioni Unite in particolare ha definito tre criteri per identificare un femminicidio:
- Donne uccise da un partner intimo
- Donne uccise da altri membri della famiglia
- Donne uccise da terzi secondo un modus operandi o un contesto indicativo di motivazioni legate al genere.
Utilizzando questi criteri, ISTAT ha rilevato tra il 2019 e il 2023 tra 96 e 106 femminicidi all’anno [ISTAT 2022], [ISTAT 2023], [ISTAT 2025]. L’associazione Non Una di Meno mantiene a sua volta un elenco di donne uccise secondo criteri simili e raccogliendo risultati più alti – una media di 120 donne all’anno dal 2020 [Archivio NUDM 2026]. La Repubblica fa un lavoro simile ma riportando numeri ancora diversi (80-90 all’anno dal 2021) [Osservatorio La Repubblica 2026].
Il problema di tali criteri è che sono spesso considerati troppo “morbidi”, dal momento che ad esempio i primi due considerano il genere della vittima come il movente di default, nonostante non sia sempre così (per non parlare di quelli di Non Una di Meno, che includono lesbicidi, transcidi e anche suicidi di donne).
Approfondirò senz’altro l’argomento in un articolo a parte, ma il problema di queste statistiche è che non sembrano tenere conto del fatto che per stabilire il movente di un omicidio occorra un processo, che si può protrarre per anni: salvo rari casi è assai difficile stabilire se un omicidio di donna sia effettivamente un femminicidio nel momento in cui esso accade. Ciononostante consultando gli elenchi stilati dai vari istituti capita si osservano casi in cui il genere della vittima non sembra c’entrare: vendette famigliari o conflitti per l’eredità/ragioni economiche, omicidi pietatis causa, stragi con vittime di entrambi i generi, suicidi…
A volte, per di più, una motivazione chiara non emerge nemmeno dalle indagini e dal procedimento giudiziario. Ogni anno il sito La Fionda si occupa di analizzare uno per uno i presunti femminicidi e rileva una motivazione compatibile con un “movente di genere” in una minoranza di essi – in media 34 all’anno, ossia circa un terzo delle rilevazioni ISTAT [Osservatorio La Fionda 2026]. 1
Anche considerando le stime più pessimistiche, parliamo di circa cento donne uccise ogni anno: una cifra tragica, ma estremamente bassa in rapporto alla popolazione italiana. I femminicidi sono eventi rari – e il fatto che non spariscano del tutto non implica per forza l’esistenza di un sistema patriarcale radicato. Pretendere lo zero assoluto è irrealistico, seppure sia doveroso lo sforzo di cercare di prevenire il più possibile i casi “evitabili”; creare allarmi generalizzati non aiuta a capire il fenomeno né a prevenirlo.
Analizzare i singoli casi non significa sminuire il problema: significa affrontarlo con strumenti più precisi. E proprio per questo, la questione metodologica sui criteri di classificazione merita un approfondimento separato, che riprenderò in un articolo dedicato.
Confronto con altre cause di morte
Se siete come me e numeri del genere non dicono molto al di fuori di un contesto, potrebbe essere utile confrontare i dati dei capitoli precedenti con questi che sto per elencare, per rendersi conto degli ordini di grandezza.
Ad esempio, in Italia ogni anno in media muoiono:
| Causa | Morti/anno | Tasso (per 100mila ab.) |
|---|---|---|
| Tumori | ~175.000 | 292 |
| Covid (2020) | ~80.000 | 133 |
| Consumo di alcol (cancro, malattie epatiche e cardiovascolari, incidenti…) | ~18.000 | 30 |
| Incidenti stradali | ~3.000 | 5 |
| Omicidi | ~350 | 0.58 |
| Femminicidi | ~100 | 0.17 |
Confronto internazionale
Non è facile avere dati precisi per fare un confronto tra la situazione “durante il patriarcato” e “post-patriarcato” (assumendone la fine legislativa negli anni 70), in particolar modo riguardo le violenze sessuali e i femminicidi: i concetti stessi sono emersi di recente, e le definizioni a fine statistico sono cambiate parecchio negli ultimi anni, rendendo ancora più complicata la raccolta di dati indicativi.
Ci può venire in aiuto il confronto con altri paesi del mondo, che com’è intuibile si trovano a livelli diversi per quanto riguarda la parità di genere.
In generale l’Italia si trova molto ben posizionata nelle classifiche internazionali per quanto riguarda la sicurezza: considerando i paesi in cima, come Jamaica, Ecuador e Haiti, troviamo ad esempio tra i 40 e i 50 omicidi per 100k abitanti, ovvero circa cento volte la media italiana.
Anche in Europa il nostro paese si piazza bene, ad esempio rispetto a Lituania, Lettonia e Moldova in cui si registrano circa 2.5 omicidi per 100k abitanti, Francia (1.3 omicidi/100k ab.), Svezia (1.15 / 100k ab.) e Germania (0.91 / 100k ab.) [World Population Review 2025].
Riguardo invece agli omicidi di donne e i femminicidi, sempre World Population Review classifica l’Italia nel top 10% dei paesi con meno casi: in Europa ci troviamo ugualmente tra i primi posti, insieme ad altri paesi come Slovenia, Regno Unito, Grecia, Irlanda, Croazia, Paesi Bassi e Spagna, tutti con tassi di omicidi femminili tra 0.28 e 0.45 per 100k abitanti. Peggio invece per Francia (0.78 / 100k ab.), Austria (0.97 / 100k ab.), Svezia (2.22 / 100k ab) e Lettonia (2.87 / 100k ab.).
Agli ultimi posti globali troviamo il Paraguay (19 uccisioni per 100mila abitanti), Repubblica Centroafricana, Antigua e Barbuda (10 / 100mila abitanti), Jamaica e Sud Africa (9 / 100mila abitanti). Si tratta di tassi tra le 30 e le 60 volte superiori a quelli italiani per lo stesso crimine.
Conclusioni
Cosa ci dicono, in sintesi, questi dati? Che la paura è reale – e che non va ridicolizzata – ma che non sempre corrisponde al rischio effettivo.
Le donne temono di più certi reati, in particolare quelli a sfondo sessuale e relazionale, e i dati confermano che in quelle categorie sono più spesso vittime. Allo stesso tempo, per reati come lesioni, minacce, rapine e tentati omicidi, le vittime sono prevalentemente uomini – un dato che raramente compare nel dibattito pubblico come “problema di genere”. Vale la pena notare, inoltre, che l’underreporting non riguarda solo le donne: la riluttanza degli uomini a denunciare violenze domestiche o sessuali è ben documentata, e i dati ufficiali fotografano probabilmente solo una parte del fenomeno anche in quella direzione [ISTAT 2014].
I numeri sulle violenze domestiche, sulle violenze sessuali e sui femminicidi descrivono un problema effettivo, che merita attenzione e risorse; ma descrivono anche un’Italia che, in confronto sia al suo passato che a molti altri paesi, ha compiuto progressi significativi. Confondere gravità con prevalenza, o presentare ogni caso come prova di un sistema immutabile, non aiuta a capire – e spesso ostacola le risposte più efficaci.
C’è però un’inferenza che in questo capitolo ho lasciato implicita e che vale la pena esplicitare. Dal fatto che l’Italia sia relativamente sicura e che i tassi di violenza siano in calo non segue automaticamente che il patriarcato non esista, né che sia irrilevante. Si potrebbe sostenere, in modo tutto sommato coerente, che i progressi siano stati ottenuti proprio grazie alle battaglie femministe contro strutture patriarcali, e che tali strutture si manifestino in forme diverse da quella fisica. È un argomento serio, che merita risposta e a cui tornerò nei capitoli successivi. Quello che i dati di questo capitolo permettono di dire, però, è che almeno sul piano istituzionale il quadro è più ambiguo di quanto la narrativa corrente suggerisca: il Codice Rosso (che tratterò nell’articolo sulla violenza di genere), ad esempio, assegna corsia preferenziale alle denunce di violenza rispetto ad altri reati – una risposta statale che va esattamente nella direzione opposta a quella che ci si aspetterebbe da un patriarcato istituzionale che ignora le donne.
Un’ultima riflessione sul modo in cui percepiamo questi fenomeni. Casi come quello di Giulia Cecchettin – tragici, raccontati con copertura mediatica ai limiti dell’ossessione per settimane – hanno un effetto documentato sulla percezione collettiva: per mesi, l’impressione diffusa diventa che i femminicidi siano in aumento, che il pericolo sia ovunque, che nulla stia migliorando. I dati aggregati raccontano una storia diversa, ma quella storia è meno visibile, meno emotivamente immediata, meno adatta al ciclo dell’informazione. Non è una critica a chi si è mobilitato in quella circostanza – il dolore era comprensibile e le domande sollevate legittime. È un invito a distinguere tra la risposta emotiva a un caso specifico e le conclusioni statistiche che da quel caso, da solo, non si possono trarre.
Come sempre, l’invito è a leggere i dati di persona, incrociarli con altre fonti e aggiornarli nel tempo: i numeri cambiano, le definizioni anche, e una mappa accurata richiede di ripartire da capo più spesso di quanto vorremmo.
Bibliografia
[Archivio NUDM 2026] Osservatorio nazionale Femminicidi Lesbicidi Transcidi | 2020 - presente: https://osservatorionazionale.nonunadimeno.net/anno/ ↑
[Colombo 2011] Asher Colombo, Gli omicidi in Italia. Tendenze e caratteristiche dall’Unità a oggi: https://ojs.pensamultimedia.it/index.php/ric/article/download/545/527 ↑
[Ingenere 2018] Non parlateci di maschicidi: https://www.ingenere.it/news/non-parlateci-di-maschicidi ↑
[IPSOS 2024] Quanto le nostre percezioni corrispondono alla realtà?: https://www.ipsos.com/it-it/percezioni-corrispondono-realta ↑
[ISTAT 2014] La consapevolezza e l’uscita dalla violenza. Sintesi: https://web.archive.org/web/20251113201236/https://www.istat.it/statistiche-per-temi/focus/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/la-consapevolezza-e-luscita-dalla-violenza/ Tavole: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/02/La-consapevolezza.xlsx ↑ ↑ ↑ ↑
[ISTAT 2015] La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2015/06/Violenze_contro_le_donne.pdf#page=7 ↑
[ISTAT 2022] Rapporto BES 2022: https://www.istat.it/it/files//2023/04/Bes-2022.pdf#page=185 ↑
[ISTAT 2023] Report Vittime di omicidio | Anno 2022: https://www.istat.it/it/files/2023/11/Vittime-di-omicidio-2022.pdf ↑
[ISTAT 2024] La percezione della sicurezza — anno 2022/2023: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/11/Report_Percezione-della-sicurezza_2022-23.pdf ↑
[ISTAT 2025] Le vittime di omicidio — anno 2023: https://www.istat.it/comunicato-stampa/le-vittime-di-omicidio-anno-2023/ ↑
[ISTAT/Ministero dell’Interno 2024] Il numero delle vittime e le forme di violenza. Sintesi: https://www.istat.it/statistiche-per-temi/focus/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/il-numero-delle-vittime-e-le-forme-di-violenza/ Tavole: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/02/denunce-fonte-SDI-SSD-2014-2022.xlsx Report MdI: https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2025-03/elaborato_8_marzo_-_giornata_internazionale_donna.pdf ↑
[LaGrange & Ferraro 2006] Randy L. Lagrange, Kenneth F. Ferraro, Assessing Age and Gender Differences in Perceived Risk and Fear of Crime, Criminology, 2006 ↑
[Osservatorio La Fionda 2026] “Femminicidi”: il debunking annuale: https://www.lafionda.com/femminicidi-il-debunking-annuale/ ↑
[Osservatorio La Repubblica 2026] Osservatorio femminicidi: https://www.repubblica.it/dossier/cronaca/osservatorio-femminicidi/ ↑
[Roba da Donne 2024] Perché il maschicidio non esiste e il femminicidio non è il generico omicidio di una donna: https://news.robadadonne.it/perche-il-maschicidio-non-esiste-e-il-femminicidio-non-e-il-generico-omicidio-di-una-donna/ ↑
[UNODC/UNWomen 2022] Statistical framework for measuring the gender-related killing of women and girls: https://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/statistics/Statistical_framework_femicide_2022.pdf ↑
[World Population Review 2025] Murder Rate by Country: https://worldpopulationreview.com/country-rankings/murder-rate-by-country. Femicide Rates by Country: https://worldpopulationreview.com/country-rankings/femicide-rates-by-country ↑
Note
Footnotes
-
Vale la pena segnalare che La Fionda è una pubblicazione apertamente orientata alla prospettiva dei diritti maschili. Ciò non invalida il lavoro caso per caso, ma è un elemento di contesto che il lettore dovrebbe avere, così come è utile sapere che Non Una di Meno proviene dal campo opposto. ↩