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Italian men's rights activism and online backlash against feminism

Tempo di lettura: 14 minuti
Italian men's rights activism and online backlash against feminism
Italian men's rights activism and online backlash against feminism

Perché questa recensione

Negli ultimi giorni l’articolo di Manolo Farci e Nicola Righetti, Italian men’s rights activism and online backlash against feminism [Farci e Righetti 2019], è stato citato varie volte1 come prova di «cos’è davvero l’antisessismo». Vale quindi la pena leggerlo per intero e chiedersi che cosa dimostra, che cosa no, e se può reggere il peso che gli si sta facendo portare.

In breve, il paper ricostruisce una rete di 46 pagine Facebook italiane sui temi maschili partendo da una singola community, Antisessismo, e ne analizza qualitativamente post e commenti fino ad aprile 20192. Ne ricava due filoni, uno legato a separazioni e violenza sugli uomini, più conservatore e aggressivo, e uno «antisessista»3, apparentemente progressista ma descritto come una forma più sofisticata di antifemminismo e come porta d’ingresso verso incel e MGTOW.

Anticipo le mie conclusioni: il paper è una nota esplorativa utile come primo inventario, ma il suo metodo non permette di sostenere le tesi più forti, e il suo quadro interpretativo è costruito in modo da non poter essere smentito.

Dichiarazione di interesse

Faccio parte dell’attuale movimento antisessista italiano. Con la pagina Antisessismo analizzata nel paper c’è una continuità, a partire dal nome; il movimento attuale è un progetto indipendente, nato anni dopo, con obiettivi esplicitati nel manifesto. Ho cercato di applicare al paper lo stesso standard che chiedo a chi critica l’antisessismo, qualsiasi sia la “branca” a cui ci si sta riferendo: concedere ciò che va concesso e contestare solo ciò che i dati non sostengono.

I numeri di pagina rimandano alla versione pubblicata (pp. 765–781).

Cosa il paper fa bene

Partiamo dalla versione più forte del lavoro. È uno dei primi tentativi di mappare l’ecosistema italiano delle pagine Facebook sui temi maschili, in un campo in cui la ricerca italiana si era occupata quasi solo dei gruppi pro-femminismo come Maschile Plurale (p. 765); e la distinzione tra un filone legato a separazioni e affidamento e un filone «antisessista» che si presenta come progressista è plausibile e coerente con la letteratura internazionale ([Messner 1998], [Messner 2016], [Ging 2019]).

Due osservazioni descrittive sono difficilmente contestabili: la pagina usata come punto di partenza si definiva effettivamente MRA4, e nella rete compaiono diverse pagine sull’alienazione genitoriale, tra cui una intitolata a Richard Gardner, che ne aveva proposto la lettura come «sindrome», una formulazione mai validata scientificamente5 (fig. 1, p. 769).

Gli autori riconoscono anche che il filone antisessista è orientato «più contro le femministe che contro le donne in generale» (p. 770): ci tornerò più avanti.

Infine, la conclusione è più conciliante di quanto il resto lasci prevedere: vengono ripresi Gotell e Dutton [Gotell e Dutton 2016] sul fatto che negare la realtà della vittimizzazione maschile, pur ritenuta diseguale, alimenti la retorica MRA, e viene proposta una visione della vittimizzazione che includa anche gli uomini come base per un dialogo (p. 777). È un punto su cui mi trovo del tutto d’accordo, e su cui tornerò alla fine.

Campionamento e costruzione della rete

Il difetto strutturale principale è che la popolazione studiata è definita dalla vicinanza a un’unica pagina. Netvizz [Rieder 2013], nel modulo usato, raccoglie le community a cui la pagina di partenza ha messo «mi piace» (p. 768), e con 3.177 nodi deve aver raccolto anche i «mi piace» di quelle pagine. Ciò che il paper chiama la rete MRA italiana è quindi la rete di relazioni scelte dagli amministratori di una sola pagina, Antisessismo.

Con questo disegno non si può rispondere alla prima domanda di ricerca, cioè quali tipi di gruppi maschili siano presenti tra le comunità italofone di Facebook: le pagine a cui nessuno in quella rete aveva messo «mi piace» restano invisibili per costruzione, e una seconda pagina di partenza, per esempio una di orientamento cattolico, avrebbe potuto produrre una mappa diversa.

C’è anche uno scivolamento terminologico: il paper passa da «attivismo per i diritti maschili» a «movimento maschile italiano», «rete MRA» e «manosfera» come se fossero sinonimi. L’oggetto empirico, però, è una rete di pagine Facebook pubbliche nel 2019; restano fuori siti, forum, gruppi privati, canali YouTube e Telegram, cioè proprio gli spazi in cui la letteratura internazionale colloca incel e MGTOW [Ging 2019], che infatti nel campione non compaiono.

C’è poi un problema di validità dell’indicatore. Un «mi piace» tra pagine è una scelta di chi amministra la pagina, che decide quali altre pagine seguire: non misura né la sovrapposizione di pubblico né l’affinità ideologica, e può riflettere un singolo post condiviso, un interesse di monitoraggio o una cortesia reciproca. Eppure nella discussione i gruppi si legittimerebbero a vicenda grazie a connessioni attribuite al raggruppamento algoritmico delle piattaforme (p. 776), mentre l’unico dato di connessione raccolto sono i «mi piace» tra pagine, cioè scelte manuali. Del resto il paper non osserva mai gli algoritmi di Facebook: né raccomandazioni, né dati di esposizione, né percorsi degli utenti. Sono ipotesi di contesto, non risultati.

Il passaggio da 3.177 nodi a 46 pagine selezionate avviene con un’etichettatura manuale degli autori, «pertinente o non pertinente» al movimento (p. 769), senza criteri dichiarati, senza un secondo codificatore e senza una misura di accordo.

L’esito mostra anche quanto il perimetro sia eterogeneo: accanto alle pagine di attivismo compaiono Movember Italy e Movember Brescia, legate a una campagna di prevenzione sanitaria maschile e inserite in una categoria «salute maschile», che finiscono comunque nel perimetro di un «movimento» a cui poi si attribuiscono antifemminismo e backlash. Le altre attribuzioni il lettore non può nemmeno verificarle: nella figura molti nomi sono troncati, e l’elenco completo delle pagine non è pubblicato.

La classificazione in sette categorie è detta induttiva, secondo Strauss e Corbin [Strauss e Corbin 1998], ma la procedura non è documentata e le categorie ricalcano le auto-descrizioni delle pagine. Non si sa se le categorie siano mutuamente esclusive, come siano state classificate eventualmente le pagine ibride, né perché una pagina finisca tra gli «antisessisti» anziché tra i «diritti maschili». Le percentuali della tabella 1, calcolate al decimale su 46 pagine, suggeriscono una precisione che il procedimento non ha.

Figura 1 del paper: la rete delle 46 pagine Facebook selezionate, con i nodi colorati in sette tonalità di grigio per categoria (violenza contro gli uomini, diritti dei padri, antisessismo, diritti maschili, antifemminismo, diritti dei figli, salute maschile)

Infine la rete viene solo visualizzata, con sette tonalità di grigio che nella figura sono praticamente indistinguibili, e mai analizzata: con oltre 43.000 connessioni si sarebbe potuto verificare se i «due filoni» corrispondano a comunità strutturali, per esempio con una misura di modularità. Non farlo lascia la tesi centrale dei risultati affidata all’impressione di lettura.

Il corpus qualitativo

Non sappiamo quanti post e quanti commenti siano stati letti, su quali pagine, in quale arco temporale. L’unica indicazione è che si è andati indietro da aprile 2019 fino alla «saturazione teorica» (p. 769). Nella grounded theory, però, la saturazione è il criterio con cui si chiude lo sviluppo delle categorie, non un criterio di campionamento; usata così diventa una regola di arresto discrezionale, e rende lo studio non replicabile.

Le citazioni sono tradotte in inglese, senza l’originale italiano e senza indicare pagina, data, eventuale contesto del messaggio. Soprattutto, non si distingue tra post degli amministratori e commenti degli utenti, e nella sezione sui gruppi antisessisti non si capisce nemmeno da quale pagina provengano le frasi citate.

Le affermazioni su che cosa «questi gruppi» pensano poggiano in larga parte su commenti, e il ponte tra le due cose è un’inferenza dall’assenza: il commento non è stato rimosso né criticato, quindi la comunità lo avalla. È un’inferenza debole, perché la scarsa moderazione è la condizione normale di quasi tutte le pagine Facebook, e perché manca qualsiasi termine di confronto: con lo stesso metodo, sulle pagine femministe si troverebbero con ogni probabilità commenti ostili e generalizzanti verso gli uomini6, e senza una base di confronto non si può dire che cosa sia specifico dei gruppi studiati.

Il caso di Superpapà è esemplare (p. 772). Gli autori la descrivono come una pagina moderata, che in genere presenta la moglie come il complemento idealizzato e romantico della vita di un uomo. Il materiale citato è un post in cui l’autore racconta di una donna che gli ha soffiato il parcheggio alla guida di un SUV, a suo dire regalato da un «marito ricco», e il commento di un utente: «Chissà che “servizi” ha dovuto offrire al marito per avere quella macchina?».

Gli autori ammettono che commenti di questo tipo «non sembrano diffusi» sulla pagina; poi però, poiché nessuno l’ha rimosso o criticato, ne ricavano che l’atteggiamento romantico verso la donna potrebbe trasformarsi rapidamente in una «reazione violenta» quando lei esce dal ruolo di «caregiver quieta e amabile».

Ogni passaggio di questo ragionamento aggiunge qualcosa che nei dati non c’è, o comunque non viene dichiarata. Un’allusione volgare da cacciatrice di dote diventa violenza. Un commento che gli stessi autori considerano isolato viene esteso alla disposizione di un’intera community. E peraltro la donna del racconto non esce affatto dal ruolo tradizionale: l’insinuazione è proprio che dipenda economicamente dal marito. Se il commento non è rappresentativo, non si capisce cosa dovrebbe dimostrare.

Anche la tesi per cui queste pagine considerano le donne «la radice della violenza maschile» (p. 772) poggia su due soli commenti. Uno dice che sono le madri a educare i figli, comprese le pratiche di mutilazione genitale sulle figlie; ammette una lettura più caritatevole, cioè che anche le donne partecipano alla riproduzione delle norme di genere, che la stessa letteratura femminista conosce bene, dal «patriarchal bargain» di Kandiyoti [Kandiyoti 1988] agli studi sulla trasmissione intergenerazionale delle MGF. Il paper non considera questa lettura.

Manca infine l’analisi dei casi negativi, che in un impianto di grounded theory dovrebbe essere obbligatoria: in nessun punto gli autori riportano contenuti che vanno contro le loro categorie, per esempio post delle stesse pagine a favore dell’aborto o dei diritti LGBT, che pure ammettono esistere (p. 775).

Un quadro interpretativo che non può essere smentito

Questo è, a mio avviso, il punto più serio. Il quadro teorico è fissato prima dei dati: già nella prima sezione si afferma che i gruppi che, con Warren Farrell e il suo The Myth of Male Power [Farrell 1993], considerano il potere maschile una «fallacia femminista» producono una «falsa simmetria» tra i sessi (p. 766). La formula è di Messner, che la ricava dalle critiche sociologiche al linguaggio dei «ruoli sessuali» e la applica ai movimenti maschili statunitensi degli anni Settanta e Ottanta [Messner 1998]: è una posizione teorica dentro un dibattito accademico, non un’osservazione sul caso italiano. Che la simmetria sia falsa non è un risultato dello studio; è una premessa teorica, e tutto ciò che segue ne è una conseguenza.

Ne deriva una struttura che nessuna osservazione può smentire. Se una pagina attacca le donne, è antifemminismo aggressivo; se adotta un lessico egualitario, rifiuta il determinismo biologico e sostiene i diritti LGBT, è un antifemminismo «più sofisticato» (p. 773); se cita dati su suicidi e mortalità maschile, li usa per sminuire le disuguaglianze che colpiscono le donne (p. 775).

La fonte da cui il paper riprende questa lettura lo mostra con chiarezza. Messner, parlando degli Stati Uniti e di Farrell, sostiene che a guadagnare terreno sarà più probabilmente un movimento per i diritti maschili «kinder, gentler», la cui voce moderata «non attacca direttamente il femminismo né denigra le donne»; e ipotizza – «I would speculate», scrive – che risuoni soprattutto tra uomini istruiti che non vogliono apparire misogini [Messner 2016]. In questo quadro anche l’assenza di attacchi diventa un indizio di antifemminismo; e una previsione formulata per un altro paese diventa, nel paper, la chiave di lettura del caso italiano.

Il paper non indica mai che cosa dovrebbe osservare per concludere che un gruppo maschile non è antifemminista, né distingue in modo operativo tra misoginia, cioè ostilità verso le donne, e dissenso dalla teoria del patriarcato, cioè una tesi sulla direzione del potere.

Anzi, gli autori riconoscono la distinzione, ma poi la lasciano cadere. A p. 770 il filone antisessista è orientato «più contro le femministe che contro le donne»; a p. 774, dopo una citazione sul dualismo tra caratteristiche considerate maschili e femminili, si legge che «di conseguenza» la frase «non odio le donne ma le femministe» finisce per legittimare gli stessi argomenti misogini dei gruppi più ortodossi.

Quel “di conseguenza” non segue da nulla: nessun dato presentato mostra il passaggio dalla critica alle femministe alla misoginia, che resta un’asserzione.

Non aiuta nemmeno la citazione con cui la frase viene introdotta. È tratta da un capitolo di Nicholas e Agius sui discorsi contro il «politicamente corretto» e sulla manosfera, con esempi soprattutto australiani, britannici e statunitensi, e definisce il maschilismo come la valorizzazione e la naturalizzazione dei tratti che l’Occidente ha caratterizzato come maschili, a scapito di quelli femminilizzati [Nicholas e Agius 2018]. Il paper la applica a «tutti questi discorsi», compreso quello antisessista; ma poche righe dopo riconosce che i gruppi antisessisti rifiutano il determinismo biologico e aderiscono a una teoria costruzionista del genere (p. 775), cioè l’esatto contrario di una naturalizzazione. Altrove il paper scrive anche che questi gruppi «rifiutano il genere come sistema simbolico» (sezione 3.2): le due affermazioni sono compatibili solo se il disaccordo riguarda la direzione del potere, non il costruzionismo, cioè un conflitto teorico e non necessariamente misogino.

Due pesi e due misure

Lo stesso fenomeno viene giudicato in modo diverso a seconda di chi ne parla.

Il primo caso è il trattamento delle statistiche. Gli autori riferiscono che le pagine definiscono «inaccurati o distorti» alcuni dati, come la sovrarappresentazione femminile tra le vittime di stupro (p. 775), ma non valutano mai se quelle critiche siano fondate. Almeno in parte sono critiche legittime, o quantomeno oggetto di un dibattito empirico aperto.

Sul «made to penetrate» nelle rilevazioni statunitensi, Stemple e Meyer sostengono che escluderlo dalla definizione di stupro sottostimi le vittime maschili [Stemple e Meyer 2014], mentre Gotell e Dutton, citati dallo stesso paper, rispondono che le rilevazioni seguono le definizioni giuridiche e che le donne restano le più colpite [Gotell e Dutton 2016]. Quanto all’Italia, la principale indagine Istat sulla violenza di genere ha intervistato per anni solo donne [Istat 2015].

Un criterio simmetrico chiederebbe di giudicare le affermazioni per la loro correttezza, non per chi le fa; e lo stesso vale per le false accuse, trattate come puro dispositivo retorico senza porsi la domanda sulla loro frequenza.

Più in generale, il paper non distingue tre domande che andrebbero tenute separate: se un problema sia reale, se la spiegazione che se ne dà sia adeguata, e quale soluzione politica ne segua. Chiedere se un intervento contro la violenza preveda tutele anche per le vittime maschili è una domanda legittima; sostenere che, poiché esistono vittime maschili, la violenza contro le donne non abbia una dimensione strutturale è una falsa equivalenza; liquidare come inventati i dati sulla violenza contro le donne è negazionismo. Il paper riconduce tutto a un repertorio di strategie discorsive – discriminazione inversa, vittimismo, whataboutism (p. 773) – e così non può dire quale di queste posizioni sia presente nel corpus, né in che misura.

C’è poi la dicotomia di fondo: i problemi femminili sono strutturali e politici, quelli maschili sono «individualizzati» (p. 773) e l’uso del linguaggio dei ruoli di genere li riporterebbe a una questione di capacità individuale (p. 775). Anche questa è un’eredità teorica più che un’osservazione: è la prima delle critiche al linguaggio dei «ruoli sessuali» riassunte da Messner, secondo cui quel linguaggio tende a dissolversi in livelli di analisi individualistici [Messner 1998]. Ma suicidi, morti sul lavoro, disparità nelle condanne e nell’affidamento sono regolarità di gruppo esattamente come le disparità femminili, ed è proprio come problemi strutturali che le pagine antisessiste li presentano.

Un’altra asimmetria riguarda il modo in cui sono trattati i due campi. I gruppi maschili sono descritti come eterogenei, divisi in filoni e sfumature; il femminismo compare invece come un blocco unico, identificato con l’analisi strutturale del potere. Eppure le critiche delle pagine potrebbero rivolgersi a tradizioni molto diverse – il femminismo liberale, quello radicale, quello istituzionale, o il femminismo neoliberale che lo stesso abstract indica come possibile bersaglio – e il paper non verifica mai quale sia l’obiettivo di volta in volta. Criticare una di queste correnti non equivale a criticarle tutte, né tantomeno a criticare le donne.

Infine, un test semplice, che consiglio a chiunque legga il paper: sostituire «antifemminismo» con «femminismo» nelle sezioni teoriche e nella discussione (pp. 767–768 e 775–777). Discorsi carichi di emozione che «non hanno bisogno di prove»; un «vittimismo» che offre senso di appartenenza; logiche di piattaforma che polarizzano le posizioni; raggruppamenti algoritmici in cui i gruppi si legittimano a vicenda; post affettivi che costruiscono un «noi» contro un «loro».

Il testo regge identico, e infatti gli autori stessi riconoscono che il registro della «sentimental earnestness» è sfruttato da molte campagne femministe (p. 775). Un quadro che descrive allo stesso modo il fenomeno e il suo contrario non spiega che cosa distingue il primo dal secondo.

Affermazioni che eccedono i dati

Buona parte della discussione non ha alcun aggancio con i dati raccolti. Cinque sono le affermazioni più evidenti:

  1. La moderazione come strategia. Gli amministratori si asterrebbero dal moderare i commenti d’odio «per aumentare la visibilità» (p. 776). È l’attribuzione di un movente senza interviste agli amministratori né dati sulla moderazione.
  2. Il profilo del pubblico. Il filone antisessista attirerebbe soprattutto uomini giovani, che si sentono spodestati dai cambiamenti nei ruoli di genere, e quello paterno uomini separati (p. 770). Non c’è alcun dato demografico sui follower delle pagine.
  3. La porta d’ingresso. L’antifemminismo antisessista offrirebbe una «potente porta d’ingresso» verso i discorsi misogini di incel e MGTOW (p. 775). Nessuna delle 46 pagine è classificata in quelle categorie, e non c’è alcuna analisi di percorsi individuali o di pubblico condiviso; la sola base è che tutti condividerebbero idee simili sulla sottomissione degli uomini al potere delle donne.
  4. L’allineamento con la destra. I gruppi di area paterna e sulla violenza contro gli uomini avrebbero posizioni su divorzio, affidamento, unioni civili ed educazione al genere che si sovrappongono a quelle dei partiti di destra, e mobiliterebbero i membri in difesa dell’ordine di genere tradizionale (p. 774). Nei risultati non c’è alcun dato su unioni civili o educazione al genere, né un confronto con programmi di partito.
  5. Dalla “Pillola Rossa” alla Casa Bianca. L’ascesa delle comunità Red Pill fino alla Casa Bianca «dimostrerebbe» che gli uomini che agiscono in nome della loro identità producono cambiamento politico (p. 768). È un’inferenza causale forte, formulata sulla scorta di uno studio statunitense e trasposta senza mediazioni nel contesto italiano, prima ancora di presentare un solo dato.

Incongruenze tra risultati e conclusioni

L’abstract promette domande di ricerca diverse da quelle effettivamente poste: se il femminismo neoliberale sia un bersaglio specifico, se MRA e manosfera siano entrambi presenti e come siano legati, come la situazione italiana differisca da quella internazionale. Nessuna riceve risposta.7

Più importante è la tensione tra risultati e conclusioni. La conclusione auspica un dialogo tra femministe e i membri moderati del movimento «genuinamente interessati» a mettere in discussione le norme di genere (p. 777). I candidati naturali sarebbero proprio i gruppi antisessisti, cioè quelli che denunciano i costi del ruolo maschile e rifiutano il determinismo biologico; ma la sezione dei risultati li ha appena classificati come la forma più insidiosa di antifemminismo, e il paper non dice come distinguere un moderato genuino da uno strategico.

La conclusione concede inoltre esattamente i punti che nei risultati erano stati letti come diversivi: la violenza tra uomini come problema di genere, la vulnerabilità maschile come dato da riconoscere, la vittimizzazione maschile come realtà da non negare. O quei temi sono legittimi, e allora sollevarli non è di per sé indice di antifemminismo; oppure non lo sono, e allora la proposta finale non regge. In entrambi i casi, chi oggi cita il paper per rifiutare ogni confronto con gli antisessisti ne usa i risultati e ne ignora la raccomandazione.

Che cosa resta vero, e che cosa il paper non può dire

Sarebbe disonesto fermarsi alle critiche di metodo: la debolezza delle prove non basta a dire che le conclusioni del paper sulla pagina Antisessismo siano false; dice soltanto che il paper non le dimostra. Chi volesse verificarle dovrebbe guardare a ciò che la pagina e il suo blog pubblicavano in prima persona, non ai commenti degli utenti.

Ciò che il paper però non può dire è che cosa sia l’antisessismo oggi. Descrive una rete di pagine Facebook fino al 2019, costruita a partire da una sola pagina; non contiene nulla su collettivi, autori o posizioni successive, e gli stessi autori riconoscono che il filone antisessista rifiuta il determinismo biologico e, almeno a volte, sostiene i diritti LGBT.

Il carosello di Yasmina Pani che ha scatenato la polemica sostiene il diritto all’aborto e alla RU486, la rimozione dell’obiezione di coscienza, il matrimonio egualitario, l’adozione e il diritto alla transizione, e parla esplicitamente di obiettivi comuni con il femminismo; il manifesto del movimento, a sua volta, rifiuta la contrapposizione tra i sessi e chiede che le categorie sociali servano a leggere fenomeni strutturali, non a giudicare i singoli. Nessuna di queste posizioni compare nel paper – né potrebbe, dato che il manifesto è di quest’anno.

Il salto dal 2019 al 2026 non lo fanno Farci e Righetti; lo fa chi oggi presenta il loro lavoro come la risposta definitiva alla domanda su che cosa sia l’antisessismo. Ed è un salto doppio: dalla pagina di allora al movimento di oggi, nato anni dopo e con un proprio manifesto, e dal movimento alle singole persone che vi aderiscono, ciascuna con la propria sensibilità.

Ciò che viene pubblicato o dichiarato a nome dell’antisessismo è legittimamente oggetto di critica, e ne rispondiamo; attribuire a un membro ciò che ha scritto un altro, o all’intero movimento ciò che ha scritto un singolo, non lo è. Le critiche sono benvenute, purché siano nel merito di ciò che sosteniamo davvero.

In sintesi: cosa servirebbe per uno studio solido

Il paper funziona come nota esplorativa: offre un primo inventario delle pagine e una tipologia plausibile da verificare. Non regge invece come dimostrazione delle sue tesi più forti, per quattro ragioni:

  • il campione dipende da un’unica pagina di partenza;
  • i criteri di inclusione e di codifica non sono dichiarati;
  • il corpus non è quantificato né replicabile;
  • il quadro interpretativo classifica come antifemminista qualunque configurazione osservabile.

Uno studio che volesse davvero rispondere alla domanda su che cosa siano i gruppi maschili italiani, e in particolare l’antisessismo, dovrebbe includere almeno:

  1. più pagine di partenza di orientamento diverso, anche al di fuori di Facebook, criteri di inclusione espliciti e un’appendice con l’elenco delle pagine, la categoria assegnata e la motivazione;
  2. un codebook pubblicato, con almeno due codificatori indipendenti e una misura di accordo;
  3. un campionamento dichiarato pagina per pagina (numero di post e commenti, arco temporale, distinzione tra amministratori e utenti) e le citazioni in lingua originale con fonte e data;
  4. un termine di confronto, per esempio pagine femministe o generaliste analizzate con lo stesso metodo, per capire che cosa sia specifico dei gruppi studiati e che cosa siano normali dinamiche di Facebook;
  5. una definizione operativa di misoginia distinta dalla critica al femminismo, e l’indicazione di che cosa si dovrebbe osservare per concludere che un gruppo non è antifemminista;
  6. un’analisi della rete che vada oltre la visualizzazione, per verificare se i filoni ipotizzati corrispondano a comunità strutturate;
  7. l’analisi dei casi negativi, cioè dei contenuti che contraddicono le categorie proposte;
  8. dati su pubblico e motivazioni: interviste agli amministratori, dati demografici, traiettorie degli utenti tra pagine.

Conclusione

Niente di tutto questo comporta dare ragione agli antisessisti. Richiede soltanto due cose: che le tesi del paper siano esposte al rischio di essere smentite, stabilendo prima che cosa conterebbe come prova contraria; e che i criteri usati per giudicare i gruppi maschili siano gli stessi che si applicherebbero a qualunque altro gruppo, femminista compreso. A queste condizioni le critiche all’antisessismo diventano critiche nel merito, e sono esattamente quelle che chiediamo.

Chi invece cita questo paper per concludere che antisessismo, antifemminismo, MRA e misoginia sono la stessa cosa gli chiede ciò che non può dare: una catena di equivalenze che il paper presuppone senza dimostrarla, applicata a un movimento che non ha mai studiato, sette anni dopo. Così un paper smette di essere una fonte e diventa un alibi per non entrare nel merito.


Bibliografia

[Farci e Righetti 2019] Farci M., Righetti N., Italian men’s rights activism and online backlash against feminism, Rassegna Italiana di Sociologia, 60(4), 2019, pp. 765–781, doi: 10.1423/96115: https://short.do/apgSby ^

[Farrell 1993] Farrell W., The Myth of Male Power: Why Men Are the Disposable Sex, Simon & Schuster, New York, 1993 ^

[Ging 2019] Ging D., Alphas, Betas, and Incels: Theorizing the Masculinities of the Manosphere, Men and Masculinities, 22(4), 2019, pp. 638–657: https://short.do/iOtgGe a b

[Gotell e Dutton 2016] Gotell L., Dutton E., Sexual Violence in the “Manosphere”: Antifeminist Men’s Rights Discourses on Rape, International Journal for Crime, Justice and Social Democracy, 5(2), 2016, pp. 65–80: https://short.do/AylEhL a b

[Istat 2015] Istat, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2014: https://short.do/gckTe9 ^

[Kandiyoti 1988] Kandiyoti D., Bargaining with Patriarchy, Gender & Society, 2(3), 1988, pp. 274–290: https://www.jstor.org/stable/190357 ^

[Messner 1998] Messner M.A., The Limits of “The Male Sex Role”: An Analysis of the Men’s Liberation and Men’s Rights Movements’ Discourse, Gender & Society, 12(3), 1998, pp. 255–276: https://short.do/UgFI2c a b c

[Messner 2016] Messner M.A., Forks in the Road of Men’s Gender Politics: Men’s Rights vs Feminist Allies, International Journal for Crime, Justice and Social Democracy, 5(2), 2016, pp. 6–20: https://short.do/c1kHOL a b

[Nicholas e Agius 2018] Nicholas L., Agius C., The Persistence of Global Masculinism: Discourse, Gender and Neo-Colonial Re-Articulations of Violence, Palgrave Macmillan, 2018: https://short.do/hAahvp ^

[Rieder 2013] Rieder B., Studying Facebook via Data Extraction: The Netvizz Application, Proceedings of the 5th Annual ACM Web Science Conference, 2013, pp. 346–355: https://short.do/m7fQcu ^

[Stemple e Meyer 2014] Stemple L., Meyer I.H., The Sexual Victimization of Men in America: New Data Challenge Old Assumptions, American Journal of Public Health, 104(6), 2014: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4062022/ ^

[Strauss e Corbin 1998] Strauss A., Corbin J., Basics of Qualitative Research, 2ª ed., Sage, 1998: https://short.do/xTgs9z ^

Note

Footnotes

  1. In particolare dagli account Instagram di Leonardo Laviola, in un reel dedicato, e di uomini.in.ascolto, tramite un carosello redatto in collaborazione con lo stesso Manolo Farci, co-autore del paper. ↩

  2. La pagina Facebook “Antisessismo” è collegata al blog omonimo, antisessismo.wordpress.com. Nel paper però si analizzano solo i contenuti e le discussioni della prima, e non gli articoli del blog. ↩

  3. Curiosamente, nella letteratura anglosassone che il paper stesso utilizza, «anti-sexist» indicava l’ala opposta: negli anni Settanta il movimento maschile profemminista era «sometimes called “antisexist”» [Messner 1998] [Messner 2016]. ↩

  4. Dalla pagina “About” del blog “Antisessismo”:

    MRA [Men’s Rights Activism] e WRA [Women’s Right Activism] sono, secondo la nostra visione del mondo, le due branche dell’Antisessismo (o Egualitarismo di Genere). Esse si concentrano rispettivamente nella lotta al sessismo contro gli uomini (misandria) e al sessismo contro le donne (misoginia).

    ↩
  5. Conviene distinguere due cose. La Parental Alienation Syndrome (PAS) è la formulazione proposta da Gardner negli anni Ottanta: una “sindrome” diagnosticabile nel figlio che, durante una separazione conflittuale, rifiuta un genitore perché manipolato dall’altro. Come sindrome non ha mai ottenuto validazione scientifica, non compare nel DSM-5, e in Italia il Ministero della Salute (2012) e la Corte di Cassazione (sent. 7041/2013) ne hanno escluso il fondamento scientifico. L’alienazione parentale (PA) intesa invece come dinamica relazionale, cioè i comportamenti con cui un genitore ostacola o denigra l’altro agli occhi dei figli, è un fenomeno che molti clinici e tribunali riconoscono, anche se resta discusso come misurarla e come distinguerla da un rifiuto giustificato. Che la “sindrome” non sia scientifica, insomma, non basta a escludere il problema. ↩

  6. E si trovano, come mostrato in questa analisi elaborata da Yasmina Pani, “Come si parla degli uomini nelle comunità femministe di Instagram”: https://www.youtube.com/watch?v=KOEgqqNz53M

    Sulle comunità online più estreme, si veda anche Women who hate men: a comparative analysis across extremist Reddit communities di E. Coppolillo et al. ↩

  7. Anche i riferimenti dell’abstract non tornano: cita “Nagle 2015” e “McRobbie 2004”, mentre testo e bibliografia riportano 2017 e 2009, e Savran 1992 non compare in bibliografia. È una minuzia, ma è il tipo di dettaglio che una revisione tra pari dovrebbe intercettare, ed è utile ricordarlo a chi presenta il paper come garantito dalla «doppia revisione». ↩

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