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Letture, indagini & inchieste

[Recensione] Non è patriarcato

Tempo di lettura: 15 minuti
[Recensione] Non è patriarcato
[Recensione] Non è patriarcato

«Sbagliata la diagnosi, sbagliata la cura»: è con questa formula che Lorena Pensato, docente di scienze giuridiche ed economiche ed esperta di pari opportunità, riassume la tesi di Non è patriarcato.1 La tesi, in breve, è che da anni leggiamo gli omicidi in ambito affettivo e familiare attraverso un’unica lente – quella di genere – e che proprio questa lente ci impedisca di vedere i fattori di rischio che servirebbero davvero alla prevenzione: disturbi di personalità, psicosi, depressione, dipendenze, contesti familiari disfunzionali che nessuno ha mai segnalato.

Su molti di questi punti la penso allo stesso modo da tempo, e anticipo subito la conclusione: il libro mi è piaciuto molto. Pone le domande giuste, offre un materiale casistico prezioso e avanza proposte concrete; e soprattutto è un lavoro utile per provare a cambiare rotta rispetto al paradigma adottato da molti centri antiviolenza e dalle stesse istituzioni.

I difetti ci sono, e ne parlerò, ma secondo me riguardano la forma più che la sostanza, e non tolgono nulla alla validità degli argomenti. Il più evidente è un lessico polemico fatto di “pensiero unico”, “politicamente corretto” e “cultura woke”: un problema non tanto per il libro in sé, quanto per il modo in cui rischia di essere accolto.

Il libro nasce da tre anni di raccolta di materiale: oltre trecento storie di persone uccise nel contesto di una relazione affettiva o familiare, lette insieme ai dati amministrativi del triennio 2021-2023. Alterna la critica al modo in cui i dati vengono classificati, la rassegna dei fattori di rischio individuali, l’analisi giuridica – che è il terreno dell’autrice – e un capitolo finale di proposte.

Il bersaglio non sono gli operatori sul campo, molti dei quali descrivono la violenza come un fenomeno «complesso e multifattoriale» (il libro si apre proprio con un’intervista ad Alessandra Pauncz, fondatrice del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze), ma l’immagine a una sola dimensione che arriva all’opinione pubblica attraverso i media e spesso, purtroppo, le stesse istituzioni.

La domanda giusta

Il cuore del libro è una questione di classificazione, che potrebbe sembrare un tecnicismo da addetti ai lavori ma non lo è affatto: da come classifichiamo un omicidio dipende quello che crediamo di sapere sulle sue cause.

Se un padre uccide la moglie e la figlia e tenta di uccidere anche il figlio maschio, come nel caso di Alessandro Maja, è un femminicidio o un omicidio intrafamiliare? Se un altro padre uccide i suoi due bambini e poi si toglie la vita, perché un sito come femminicidioitalia.info riporta in elenco solo il nome della bambina? Per Pensato la categoria non è neutra: se raccolgo dati solo sulle donne uccise e li leggo secondo il genere di autore e vittima, finirò per confermare che il problema è il genere. In sostanza, scrive, «si crea la circostanza, per dimostrare il risultato che si vuole ottenere».

Su questo concordo pienamente, anche se avrei voluto vederlo argomentato meglio, perché la versione più forte di questo argomento è metodologica. Il problema non è disaggregare i dati per genere: è che, se l’unità di osservazione è “donna uccisa da un uomo”, manca per costruzione un gruppo di confronto. Senza sapere come si distribuiscono moventi, dipendenze, disturbi psichiatrici e precedenti negli omicidi relazionali con vittima maschile, o in quelli in cui la vittima è un figlio, un genitore, un fratello, non c’è modo di capire che cosa sia davvero specifico dei femminicidi e che cosa sia comune a tutta la violenza relazionale.

Contare è indispensabile, ma contare solo ciò che si è già deciso di trovare non può smentire l’ipotesi di partenza.

C’è poi un passaggio che il libro riporta senza sottolinearlo abbastanza. La definizione corrente di femminicidio, citata nel volume, parla di «qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale». In altre parole, la causa è già dentro la definizione: un caso rientra nella categoria solo se è stato attribuito al patriarcato, e poi la frequenza della categoria viene usata per dimostrare che il patriarcato c’è. È un circolo che nessun dato può rompere.

Non è, peraltro, l’unica definizione in circolazione. Come ho provato a ricostruire in questo articolo, quando diciamo “femminicidio” possiamo intendere almeno tre cose: il reato previsto dall’art. 577-bis, che richiede un movente accertato in tribunale; la categoria statistica dell’ISTAT, che segue i criteri dell’ONU (relazione tra vittima e autore, contesto, squilibrio di potere); e quella socio-politica degli osservatori femministi, che assume il genere come movente di partenza. Quella citata nel libro appartiene alla terza famiglia, la più larga e la più presente nel dibattito pubblico; ed è lì che il circolo si chiude, perché il movente non viene accertato ma presupposto. Lo si vede bene nella certezza a poche ore dal fatto con cui un omicidio viene etichettato come femminicidio prima ancora che inizino le indagini.

Da qui la domanda che considero la più importante del libro: di fronte a un omicidio con vittima maschile e a un “femminicidio” commesso in condizioni psichiche del tutto simili, qual è la differenza? O, come la pone l’autrice in apertura: che cosa distingue i circa 29 milioni di “patriarchi” italiani che non uccidono la ex moglie o la fidanzata da quelli che lo fanno? Se la risposta è “il patriarcato”, allora il patriarcato non distingue nulla, perché per definizione lo condividono tutti.

Pensato, sia chiaro, non nega che il femminicidio esista. Considera tale l’omicidio di Saman Abbas, ma non quello di Sara Campanella, uccisa da Stefano Argentino, che la ragazza stessa chiamava «il malato» e la cui ossessione aveva tutti i tratti del patologico: «quale sarebbe la componente patriarcale in questo quadro?».

Tra gli elementi che finiscono nel «grande contenitore» della violenza di genere – gelosia, motivi economici, dipendenze, disturbi di personalità – nessuno è di per sé legato al sesso, se si escludono i casi in cui la sottomissione della donna è imposta da leggi o credenze religiose. Viene da chiedersi perché si continui a parlare di violenza “di genere” quando, quasi sempre, si intende “contro le donne”.

Pensato nota anche un’asimmetria: quando a uccidere è una donna, la prima ipotesi è lo squilibrio psichico; quando è un uomo, scatta in automatico la tesi del patriarcato. Persino dopo un omicidio-suicidio, che secondo l’autrice va nella direzione opposta: «un uomo intriso di patriarcato non si suicida».2

«Patriarcato come il prezzemolo»

Il libro mostra bene come la spiegazione patriarcale, per come viene usata, sia diventata infalsificabile. Pensato riporta le parole di una conduttrice di La7 che, commentando un’intervista a Ida Dominijanni («il patriarcato è ferito, per questo più feroce»), spiegava che se in Svezia i femminicidi sono più frequenti che da noi è perché le donne sono più emancipate, e il «post-patriarcato» ferito reagisce con più violenza.

Il problema qui è logico prima che empirico: se i femminicidi aumentano dove le donne sono meno libere, è colpa del patriarcato; se aumentano dove sono più libere, è colpa del patriarcato ferito. Seguendo questa logica, i Paesi in cui le donne sono meno libere, come il Pakistan o l’Iran, dovrebbero avere meno femminicidi di tutti. Ma una teoria che spiega un risultato e il suo opposto non spiega niente di utile.

Insomma, scrive Pensato, il patriarcato «è come il prezzemolo: lo puoi mettere un po’ ovunque, ci sta sempre bene». E accusare la società di essere patriarcale è un «escamotage geniale»: la responsabilità si distribuisce su un nemico invisibile, «come il peccato originale», ed è molto meno costoso che finanziare ricerca e programmi su recidiva, dipendenze e disagio psichico.

Anche la corsa a invocare l’educazione all’affettività dopo ogni caso, senza chiedersi se quelle ore di lezione avrebbero fermato Turetta, Impagnatiello o Padovani, ha qualcosa di esorcistico. L’esempio più assurdo lo fornisce il libro stesso: tre giorni prima di uccidere Giuseppina Fumarola, Vito Sussa aveva scritto su Facebook «un amico delinquente ti aiuta sempre, ma un amico pazzo ha bisogno di aiuto». Il commento istituzionale al delitto è stato l’annuncio di una proposta di legge sull’educazione sentimentale nelle scuole:

Episodi del genere ci fanno capire quanto ancora sia lunga la strada per sensibilizzare su questo tema. […] Le norme penali non bastano. Bisogna investire nella cultura della non violenza e nella educazione sentimentale nelle scuole. È depositata alla Camera una nostra proposta di legge per introdurre l’educazione sentimentale a scuola proprio per affermare il principio del rispetto dell’altro evitando che un rapporto di coppia si trasformi in una tragedia.

— on. Valentina Palmisano (M5S), 1° settembre 2022

Rimane da chiedersi quale lezione di educazione sentimentale avrebbe potuto fermare Sussa.

Salute mentale e dipendenze: il rimosso

La parte più documentata del libro riguarda il ruolo dei disturbi psichiatrici e delle dipendenze, e il modo in cui la formazione degli operatori tende a minimizzarlo.

Il manuale che nega il fattore di rischio

L’esempio più eloquente è un manuale per operatori sociosanitari della Casa delle donne di Bologna, secondo cui «alcolismo e tossicodipendenza non sono mai “causa” diretta della violenza», e che arriva ad attribuire a «fattori culturali» persino la convinzione che l’alcol disinibisca – senza alcuna fonte a supporto.

C’è un nucleo ragionevole in quella cautela: non tutte le persone con una dipendenza sono violente, e l’alcol viene spesso usato come alibi. Ma «mai» non è una cautela, è la negazione di un fattore di rischio documentato: la meta-analisi di riferimento [Foran & O’Leary 2008] trova un’associazione da piccola a moderata tra abuso di alcol e violenza dell’uomo sulla partner. Un effetto piccolo non è un effetto assente.

La mossa migliore di Pensato, qui, è quella simmetrica: se il fatto che non tutti i dipendenti da sostanze siano violenti basta a escludere le dipendenze dai fattori di rischio, allora il fatto che non tutti gli uomini cresciuti in una cultura maschilista uccidano dovrebbe bastare a escludere anche il patriarcato. O sono entrambi fattori da pesare, o non lo è nessuno dei due. Ed è la posizione dell’autrice stessa, che distingue con cura tra cause e fattori di rischio e riconosce il patriarcato come fattore di rischio «alla stregua delle condizioni psichiche individuali dell’autore di reato».

Pensato aggiunge che, a differenza di alcol, droghe e disturbi, la correlazione tra patriarcato e violenza non sarebbe provata da studi scientifici. Per essere rigorosi, ho cercato se esistesse una letteratura in merito: esiste, ed è più interessante di come la raccontano entrambi i fronti.

Secondo la meta-analisi di [Sugarman & Frankel 1996], gli uomini che aggrediscono la partner approvano di più la violenza coniugale, ma i loro atteggiamenti sui ruoli di genere non li distinguono in modo affidabile da quelli che non lo fanno. [Archer 2006] trova che gli atteggiamenti sessisti sono correlati ai tassi di vittimizzazione femminile, ma anche che, dove le donne sono più emancipate, la vittimizzazione si sposta verso gli uomini.

Tradotto: l’ideologia patriarcale qualche traccia la lascia, ma non è ciò che distingue chi agisce violenza da chi no – che è proprio la domanda di Pensato. Più che smentirla, quindi, questi studi la precisano: una correlazione sembra esserci, ma non basta a spiegare perché alcuni uomini diventano violenti e la grande maggioranza no.

La meta-analisi italiana

Pensato cita poi la meta-analisi italiana sui disturbi di personalità nella violenza di coppia [Novella & Tagliabue 2016], sostenendo che ci sia una contraddizione tra l’abstract – secondo cui disturbo antisociale, borderline e psicopatia «non sembrano essere markers di specificità del perpetratore di violenza intima» – e il resto del lavoro, che sarebbe invece convinto di una correlazione forte.

Leggendo il paper, però, questa contraddizione non l’ho trovata: le conclusioni dicono la stessa cosa dell’abstract, cioè che i tre disturbi risultano «solo debolmente più presenti» tra i maltrattanti rispetto alla popolazione generale.

Resta invece interessante un altro rilievo del libro: in quella letteratura il disturbo paranoide compare e poi sparisce, ed è proprio il profilo che ricorre nei casi documentati dall’autrice.

Le tipologie di autori

Più pertinente il riferimento allo studio di Loinaz e colleghi [Loinaz et al. 2010], che distingue tra detenuti violenti solo nella coppia, più stabili e integrati, e detenuti violenti in modo generalizzato, con tratti antisociali e abuso di alcol. Con cinquanta persone, da solo dimostra poco; ma lo schema è coerente con le tipologie di Holtzworth-Munroe e Stuart e, in parte, con quella di Johnson, di cui ho parlato nella serie sulle CTS. Che una letteratura ormai trentennale distingua tipi di autori con profili e bisogni di trattamento diversi è forse l’argomento più forte contro la spiegazione unica.

Va detto anche che Pensato non usa i disturbi come alibi: insiste sul fatto che la stragrande maggioranza di questi uomini è pienamente capace di intendere e di volere, e quindi responsabile delle proprie azioni.

I suoi casi suggeriscono anche un argomento che l’autrice lascia implicito. Molti autori non sono giovanissimi e hanno alle spalle relazioni lunghe, in cui gelosia ossessiva e controllo compaiono solo negli ultimi anni: Paolo Castellani, secondo la madre della vittima, era «diventato geloso e aggressivo» negli ultimi due anni di matrimonio. Se fosse la cultura patriarcale a guidarli, non dovremmo vederla all’opera fin dall’inizio?

Si potrebbe obiettare che il bisogno di controllo esplode quando la relazione entra in crisi; ma questo sposta l’attenzione proprio su ciò che succede all’individuo in quel momento, cioè sul terreno che Pensato chiede di indagare.

La conseguenza pratica è evidente: se classifichiamo come femminicidio «da gelosia e possesso» l’omicidio commesso da un uomo in piena crisi paranoide, come nel caso di Marco Campanaro, aiutiamo davvero le donne nella stessa situazione a riconoscere il pericolo? Verrebbe da dire di no.

Lo stesso vale per Turetta, che nelle settimane precedenti aveva chiesto un aiuto psicologico, o per Impagnatiello, il cui consumo di cannabis, secondo l’autrice, sarebbe sparito sotto una lettura tutta in chiave di narcisismo, come se le due cose fossero alternative.3

Il diritto, dove l’autrice gioca in casa

Com’era prevedibile, le pagine sugli aspetti giuridici sono tra le più utili, anche se, almeno per chi come me non è giurista, non sempre le più chiare.

Il dato sulle assoluzioni, per esempio, è esposto in modo confuso: dal 13% di assoluzioni nei processi per uxoricidio l’autrice ricava che «circa l’87% è in grado di intendere e di volere», ma solo metà di quelle assoluzioni è per vizio di mente, e tra i condannati ci sono anche i casi di vizio parziale. Il punto di fondo resta valido, ma meritava numeri esposti meglio e magari una fonte per quel 13%.

Ben spiegata, invece, la questione della crudeltà: per la legge, l’aggravante scatta solo quando la sofferenza va oltre quanto necessario a uccidere.

Pensato riporta il caso di un uomo che aveva ucciso la moglie con 29 coltellate: in appello la crudeltà è stata esclusa perché la vittima si era difesa, costringendo l’aggressore a «intensificare» l’azione. Si capisce la logica della norma, e si capisce altrettanto bene perché l’opinione pubblica fatichi a digerirla; e la domanda dell’autrice – se così si finirà per escludere la crudeltà ogni volta che la vittima prova a difendersi – è tutt’altro che retorica.

Un tema che dovrebbe mettere d’accordo chiunque è quello degli errori del sistema. Dei 43 femminicidi del 2023, Pensato ne conta almeno 11 con una sottovalutazione della pericolosità, interventi mancati nonostante una violenza già nota o misure tardive: Mariella Marino, uccisa dall’ex marito che aveva patteggiato otto mesi con pena sospesa e che lei aveva denunciato di nuovo pochi giorni prima. Lo stesso schema, secondo l’autrice, si ripete l’anno dopo nel caso Limido, in cui un divieto di avvicinamento non è bastato a fermare l’aggressore. Su questo, le preoccupazioni di Pensato e quelle dei centri antiviolenza coincidono.

Il vizio di mente

Sul vizio di mente mi sarebbe piaciuto un approfondimento maggiore, anche se capisco che non sia il tema centrale del libro (e l’autrice ne ha parlato in altre sedi, per esempio in questo video). Pensato riprende la proposta, uscita nel 2023 su Toscana Medica, di abolire la non imputabilità e trasformare l’incapacità in un’attenuante; una proposta che dovrebbe però fare i conti con il principio di colpevolezza, che la Corte costituzionale ricava dall’art. 27 [Corte cost. 364/1988].4 E non essere imputabili non significa non essere pericolosi: forse la domanda decisiva non è se punire chi è incapace, ma come fare in modo che chi rappresenta un potenziale pericolo per gli altri venga seguito e contenuto.

Meno d’accordo, invece, con il tono vagamente sarcastico con cui, nelle prime pagine, la finalità rieducativa della pena e la giustizia riparativa vengono liquidate come preoccupazioni che «ci fanno sentire più democratici». Più avanti l’autrice corregge il tiro, definendo la rieducazione un ideale «incredibilmente civile, evoluto, giusto» che però si scontrerebbe con una recidiva di circa due detenuti su tre; ma lo stesso dato che cita – la recidiva scende a uno su tre quando il detenuto trova un lavoro – è un argomento per fare meglio la rieducazione, non per rinunciarvi.

Forse per eccesso di idealismo, lo ritengo un obiettivo a cui si dovrebbe puntare; se poi non ci si riesce, pace, ma bisognerebbe almeno provarci. Pensato, del resto, non è giustizialista: scrive chiaramente che la prevenzione non può basarsi sull’aumento delle pene.

Le proposte

La parte finale è, secondo me, la più preziosa, perché trasforma la critica in un programma. Pensato propone di:

  • smettere di raccogliere e leggere i dati solo per genere, ampliando lo studio agli omicidi intrafamiliari;
  • valutare la pericolosità psichiatrica già quando il maltrattante viene segnalato;
  • avviare studi empirici sui casi, con colloqui a scopo di ricerca con i condannati, nel quadro della giustizia riparativa;
  • istituire un’attività peritale a fini di studio, indipendente da quella giudiziaria;
  • creare una commissione nazionale che metta ordine nelle fonti e nel materiale formativo per gli operatori;
  • modificare l’art. 88 c.p. sul vizio totale di mente.

Il punto che ho trovato più convincente è la distinzione tra accertamento processuale e conoscenza a fini preventivi. Al processo interessa stabilire se l’imputato fosse capace di intendere e di volere; alla prevenzione interessano i segnali ignorati, i comportamenti apparentemente innocui, la storia dietro l’inaspettato. Secondo l’autrice non esiste oggi alcun progetto che raccolga e rielabori sistematicamente nemmeno le perizie psichiatriche già svolte nei processi.5 Non ho modo di verificarlo fino in fondo, ma se è così, per me è pazzesco: sono documenti già prodotti e pagati, che restano chiusi nei fascicoli invece di diventare conoscenza.

C’è poi una proposta giuridica che trovo particolarmente intelligente. Discutendo il disegno di legge sul reato autonomo di femminicidio (il passaggio è stato scritto prima dell’approvazione), Pensato suggeriva di applicarlo a tutti gli omicidi relazionali motivati da gelosia, rifiuto o abbandono, così che a decidere fosse il caso concreto e non il genere della vittima. Il legislatore ha fatto il contrario: l’art. 577-bis, approvato nel novembre 2025, vale solo se la vittima è una donna, eppure include proprio il rifiuto di instaurare o mantenere una relazione. Ne ho parlato anche nell’articolo sulla definizione di femminicidio: chi uccide perché non accetta la fine di una relazione non diventa meno pericoloso se la persona che lo ha lasciato è un uomo.

Infine, c’è un aspetto che a mio avviso Pensato non sottolinea abbastanza: queste proposte sarebbero utili anche a chi è convinto che la causa sia culturale. Un profiling accurato degli autori permetterebbe di verificare anche l’ipotesi patriarcale, misurando quanto pesino davvero, caso per caso, convinzioni maschiliste, gelosia possessiva, disturbi, sostanze e storia familiare. È raro trovare una proposta che potrebbe, in linea di principio, dare torto a chi la avanza; per questo meriterebbe di essere discussa seriamente, anche da chi parte da posizioni opposte.

Il problema della cornice

Il difetto più evidente del libro è il ricorso a espressioni come “pensiero unico”, “politicamente corretto” e cancel culture – già nelle prime pagine violenza di genere e patriarcato sono definiti «concetti affini al Pensiero Unico, derivanti dalla cultura woke» – insieme a qualche digressione politica. È una questione di cornice, non di contenuto: togliendo questi passaggi non si perderebbe nessun argomento, e per quanto mi riguarda non tolgono nulla a quelli che ci sono.

Il problema è un altro, ed è tutto nel modo in cui il libro verrà (o non verrà) accolto dal grande pubblico. “Pensiero unico”, “politicamente corretto” e “cultura woke” sono termini politicizzati, spesso abusati da una specifica parte politica, e usarli colloca il discorso in uno schieramento, che lo si voglia o no.

Il rischio concreto è che molti lettori, magari femministe in buona fede incuriosite dalla tesi sui fattori di rischio, si fermino lì: l’autrice è “di destra”, quindi anche gli argomenti validi si possono scartare senza nemmeno discuterli. Sarebbe un peccato, perché il tema degli omicidi relazionali è troppo importante per appartenere all’uno o all’altro schieramento.

Per quel poco che conosco l’autrice attraverso i social, sospetto che la sua visione politica sia assai lontana dalla mia; ma sinceramente non mi importa chi voti, e non dovrebbe importare a nessuno dei suoi lettori – il che è una ragione in più per non dar loro l’occasione di chiederselo e di squalificarla per principio se non apprezzano la risposta.

Qualche appunto sulle fonti

Nessuno di questi punti tocca la tesi centrale, ma in un libro che chiede giustamente agli altri di documentare le proprie affermazioni è meglio non lasciare appigli al lettore scettico.

In alcuni punti le fonti mancano proprio dove servirebbero: per il conteggio dei messaggi dedicati ai problemi femminili e maschili dagli account dell’ONU su Twitter; per la sentenza sull’uomo bengalese assolto per il suo «impianto culturale»; per l’affermazione che le associazioni contro il femminicidio avrebbero «legami ideologici molto stretti» con chi chiede l’abolizione del carcere (un’accusa precisa, che richiederebbe un nome e un documento).

Manca anche una nota metodologica sull’indagine che regge tutto il libro: non sappiamo come siano stati selezionati gli oltre trecento casi, con quali fonti, con quale griglia, né chi abbia attribuito le categorie. Ed è un’assenza che pesa, perché l’intera tesi poggia sulla riclassificazione di quei casi.

Il Duluth, raccontato male

Pensato scrive che la «ruota del potere maschile» del modello Duluth sarebbe basata su una ricerca empirica condotta su cinque donne e quattro uomini.

Secondo il DAIP, l’organizzazione che ha creato il modello,6 la ruota nasce dai gruppi di sostegno di donne maltrattate, a cui fu chiesto che cosa volessero veder insegnato nei programmi per uomini violenti. Soprattutto, non è mai stata presentata come una ricerca empirica: «la ruota non è una teoria, è uno strumento concettuale», scrive il DAIP, e le donne intervistate «non hanno identificato un desiderio di potere o di controllo come motivazione dei loro partner».

La critica vera era a portata di mano, ed è molto più forte: uno strumento descrittivo, costruito a partire dall’esperienza di alcune vittime e dichiarato non teorico dai suoi stessi autori, è stato adottato in tutto il mondo come modello causale della violenza, con risultati che la letteratura sull’efficacia non sostiene (ne ho parlato nella serie sulle CTS).

La bidirezionalità e gli omicidi

Nello stesso passaggio l’autrice cita gli studi sulla bidirezionalità della violenza domestica – Straus, Fiebert, Dutton – come prova che il patriarcato non sia un marker degli omicidi. I problemi sono due.

Il campione di oltre 440.000 persone che viene evocato è in realtà la somma dell’intera bibliografia di [Fiebert 2014], che raccoglie 343 lavori, di cui 73 rassegne: un totale che conta più volte gli stessi soggetti, e che quindi non è un campione in nessun senso utile. E soprattutto quegli studi misurano per lo più violenza non letale, e dicono poco sugli omicidi, dove l’asimmetria è netta: secondo l’Istat, nel 2023 in Italia 63 donne sono state uccise da un partner o un ex partner, contro sei uomini uccisi dalla partner [Istat 2024]. È la confusione tra tipi di violenza che già Johnson segnalava [Johnson 2008], e il libro non ne ha bisogno: la sua tesi riguarda i fattori di rischio individuali, non la simmetria dei numeri.

La Svezia

Per sostenere che la Svezia sia «la capitale occidentale degli stupri», il libro cita un articolo del Gatestone Institute, un think tank dalla linea politica molto marcata.

Anche qui c’era una fonte migliore, e dice il contrario: secondo [Brå 2020], l’istituto svedese per la prevenzione del crimine, i numeri svedesi non sono confrontabili con quelli di altri Paesi, per una definizione legale molto più ampia (estesa nel 2013, e dal 2018 basata sul consenso) e perché ogni singolo episodio viene registrato separatamente. Con le regole tedesche, conclude Brå, la Svezia sarebbe a metà classifica europea.

Conclusione

Non è patriarcato è un libro che consiglio, e non solo a chi si occupa di questi temi per mestiere: per l’analisi dei casi concreti a partire dalla documentazione giudiziaria; per il coraggio di porre domande che nel dibattito italiano quasi nessuno pone, e di porle con i dati alla mano; per le proposte finali, che meriterebbero di entrare nel dibattito istituzionale e di orientare il lavoro dei centri antiviolenza.

Le imprecisioni che ho segnalato non ne intaccano la sostanza, e sono facili da correggere: quasi sempre esisteva una fonte più solida – l’istituto svedese sugli stupri, il DAIP sul Duluth – che in più di un caso avrebbe persino rafforzato l’argomento. Mi auguro che un’eventuale nuova edizione le sistemi e lasci cadere anche il lessico polemico: non perché ne abbia bisogno il libro, che sta benissimo in piedi da solo, ma perché possa arrivare anche a chi oggi rischia di scartarlo a priori.

Pensato chiude invitando a uscire dalla «comfort zone collettiva», che appiattisce il pensiero sulle convinzioni create da altri e ci rende timorosi di sbagliare; è un invito che sottoscrivo senza riserve.

Resta una domanda che il libro mi ha lasciato e che vorrei rilanciare. Perché si studia così poco il fenomeno delle coppie che prima si amavano e poi iniziano a farsi letteralmente la guerra, anche senza arrivare ad ammazzarsi? Siamo troppo impegnati a parlare di patriarcato, oppure ci spaventa ammettere quanto uomini e donne possano diventare, in certe condizioni, veri e propri mostri? Forse il primo passo per fermarli è smettere di chiamarli tutti con lo stesso nome.


Bibliografia

[Archer 2006] Cross-Cultural Differences in Physical Aggression Between Partners: A Social-Role Analysis: https://journals.sagepub.com/doi/10.1207/s15327957pspr1002_3 ^

[Brå 2020] Reported and cleared rapes in Europe, Brottsförebyggande rådet: https://bra.se/english/publications/archive/2020-09-30-reported-and-cleared-rapes-in-europe ^

[Corte cost. 364/1988] Corte costituzionale, sentenza n. 364 del 1988: https://giurcost.org/decisioni/1988/0364s-88.html ^

[Fiebert 2014] References Examining Assaults by Women on Their Spouses or Male Partners: An Updated Annotated Bibliography: https://link.springer.com/article/10.1007/s12119-013-9194-1 ^

[Foran & O’Leary 2008] Alcohol and intimate partner violence: a meta-analytic review: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/18550239/ ^

[Istat 2024] Vittime di omicidio – Anno 2023: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/11/Report_Vittime-di-omicidio_Anno-2023.pdf ^

[Johnson 2008] A Typology of Domestic Violence: Intimate Terrorism, Violent Resistance, and Situational Couple Violence: https://www.upne.com/1555536938.html ^

[Loinaz et al. 2010] Tipología de agresores contra la pareja en prisión, Psicothema 22(1): https://www.redalyc.org/pdf/727/72712699017.pdf ^

[Novella & Tagliabue 2016] Intimate partner violence e disturbi di personalità: uno studio meta-analitico, Rassegna Italiana di Criminologia 1/2016: https://ojs.pensamultimedia.it/index.php/ric/article/download/2517/2262 ^

[Sugarman & Frankel 1996] Patriarchal ideology and wife-assault: A meta-analytic review: https://link.springer.com/article/10.1007/BF02333338 ^

[Websdale 2010] Familicidal Hearts: The Emotional Styles of 211 Killers: https://global.oup.com/academic/product/familicidal-hearts-9780199325849

Note

Footnotes

  1. Ho letto la seconda edizione aggiornata del libro, pubblicata da FVAI; da marzo 2026 è disponibile anche l’edizione di Accornero, riportata nella scheda in apertura. L’autrice mi ha confermato che tra le due non ci sono differenze. ↩

  2. Per capire se ci fossero prove a sostegno della tesi opposta – cioè che anche il suicidio dopo un omicidio in famiglia abbia una componente di genere, magari riconducibile al patriarcato – ho cercato in letteratura e sono arrivata a Familicidal Hearts di Neil Websdale [Websdale 2010], che ricostruisce 211 casi di familicidio, quasi tutti commessi da uomini. Websdale trova nella grande maggioranza dei casi una vergogna intensa, spesso non riconosciuta, e sostiene che per la maggior parte degli autori nasca in buona parte dal sentirsi inadeguati rispetto alle idee dominanti di mascolinità. È però una sua interpretazione, più affermata che dimostrata: il libro si basa su un archivio di casi, per il 90% statunitensi e distribuiti tra il 1755 e il 2007, che lo stesso autore considera inadatto ad analisi statistiche rigorose. Se l’affermazione di Pensato va presa con cautela, insomma, lo stesso vale per quella opposta, che essendo meno intuitiva avrebbe anzi bisogno di prove più solide. ↩

  3. Su questo punto non ho trovato riscontri: il libro non indica una fonte per il consumo di cannabis, e nelle cronache del processo non se ne parla. La lettura in chiave narcisistica, invece, non viene dai media ma dalla perizia disposta dalla Corte d’assise di Milano e affidata allo psichiatra forense Pietro Ciliberti e al medico legale Gabriele Rocca, che hanno descritto «tratti narcisistici e psicopatici», escludendo però qualsiasi disturbo e confermando la piena capacità di intendere e di volere (Il Fatto Quotidiano, 21 ottobre 2024). Per chi volesse approfondire, le motivazioni della sentenza di primo grado sono pubblicate su Giurisprudenza Penale. Questo caso, insomma, sostiene la tesi di Pensato meno bene di altri; l’argomento di fondo, però, regge comunque: la perizia serve a stabilire l’imputabilità, non a capire come prevenire. ↩

  4. La sentenza 364/1988 riguardava l’art. 5 c.p. e l’ignoranza inevitabile della legge penale, ma la sua portata è più ampia: è lì che la Corte ricava dall’art. 27 comma 1 il principio per cui la colpevolezza «non costituisce elemento tale da poter esser, a discrezione del legislatore, condizionato, scambiato, sostituito con altri o paradossalmente eliminato». Una riforma che abolisse la non imputabilità dovrebbe fare i conti con quel passaggio. ↩

  5. Non ho trovato nulla che smentisca l’affermazione, ma è la constatazione di un’assenza, difficile da documentare in positivo. Esistono raccolte settoriali e archivi di singoli istituti; quello che manca è un sistema nazionale. ↩

  6. The Development of the Power and Control and Equality Wheels, Domestic Abuse Intervention Programs. Il documento data la ruota del potere e del controllo al 1982 e la Equality Wheel, sviluppata con lo stesso metodo, al 1984. ↩

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