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Mascolinità tradizionale: davvero una questione economica?

Tempo di lettura: 16 minuti
Mascolinità tradizionale: davvero una questione economica?
Mascolinità tradizionale: davvero una questione economica?

Tutto è cominciato, come ormai capita spesso, da un carosello su Instagram pubblicato da SkyTG24.

Il titolo annunciava che difendere la mascolinità tradizionale sarebbe “anche una questione economica”, e rimandava a “uno studio internazionale” e a “una ricerca condotta in 70 Paesi”, senza però indicarne titolo, rivista o autori. Sotto, i prevedibili commenti di chi è stanco della solita retorica contro il genere maschile; e nei giorni successivi, un reel di risposta a quei commenti. È stato quel botta e risposta a incuriosirmi abbastanza da farmi fare quello che mi piace fare in questi casi: andare a leggere la fonte.

Trovarla non è stato immediato, perché l’approfondimento sul sito di Sky è riservato agli abbonati di Sky TG24 Insider. Alla fine il paper l’ha rintracciato Santo Gemini, che ringrazio 🙏

Si tratta di Masculinity Norms and Their Economic Implications, di Ieda Matavelli, Pauline Grosjean, Ralph De Haas e Victoria Baranov, pubblicato nel 2026 sull’Annual Review of Economics [Matavelli et al. 2026]. È ad accesso aperto, quindi disponibile a tutti gratuitamente.

Poi la curiosità ha avuto la meglio sulla mia proverbiale avarizia, e ho sottoscritto l’abbonamento a Sky per leggere anche l’articolo completo [Columbro 2026]. Il pezzo è firmato da Donata Columbro, giornalista e divulgatrice, e più che un semplice resoconto dello studio è un commento costruito in larga parte attorno all’intervista a Manolo Farci, sociologo all’Università di Urbino e autore di Quel che resta degli uomini (Nottetempo, 2025). Per correttezza, l’articolo includeva il link diretto allo studio; ma essendo l’articolo dietro paywall, chi si limitava a leggere il carosello non poteva arrivarci facilmente.

L’idea era fare con questa rassegna quello che avevo fatto con Measuring Patriarchy in Italy: leggerla per intero, “a modo mio”, e capire cosa regge e cosa no.

Anticipo la conclusione, così nessuno pensa a un attacco preconfezionato: lo studio è molto più equilibrato dell’articolo che lo racconta, e l’articolo è a sua volta più equilibrato del carosello che lo riassume. A ogni passaggio si perde qualcosa, e quasi sempre dallo stesso lato. Ma anche lo studio ha problemi seri – solo che per vederli bisogna guardare dove non guarda quasi nessuno: lo strumento di misura.

Che cos’è davvero questo articolo

Innanzitutto, Masculinity Norms and Their Economic Implications tecnicamente non è uno studio, ma una review: una rassegna in cui dei ricercatori fanno il punto su un campo, riordinano quello che si sa e indicano le domande aperte.

La differenza non è pedanteria: uno studio produce dati nuovi, una rassegna riferisce soprattutto dati altrui. Dire “uno studio internazionale mostra che…” significa attribuire a un singolo lavoro l’autorevolezza di decine di lavori diversi, ciascuno con i propri limiti.

E la tesi qual è? Non che la mascolinità tradizionale faccia danni economici, ma qualcosa di più circoscritto e, a mio avviso, ragionevole: gli economisti hanno studiato a fondo le norme di genere che riguardano le donne, e molto poco quelle che riguardano gli uomini. Il resto – lavoro, famiglia, salute, istruzione, violenza, politica – serve a mostrare che c’è materiale per aprire un filone di ricerca.

Gli autori lo scrivono esplicitamente: vogliono che le norme di mascolinità vengano considerate un fattore importante fra molti altri delle decisioni economiche e dei divari di genere, e non una spiegazione onnicomprensiva.

Se questo riassunto vi suona diverso dal titolo di Sky, non vi sbagliate :)

Un dettaglio da tenere a mente: i dati originali stanno nella Sezione 5, quella sulla Global Masculinity Survey – cioè proprio i “70 Paesi” finiti sui giornali1. Quei risultati rimandano però a un discussion paper del CEPR [De Haas et al. 2025] e a un manoscritto indicato come inedito [Baranov et al. 2025], degli stessi autori.

Naturalmente questo non li rende sbagliati: in economia i discussion paper sono moneta corrente, e molti finiscono su ottime riviste. Ma quando si legge “una ricerca condotta in 70 Paesi mostra”, è facile immaginare qualcosa di molto più consolidato di risultati che non avevano ancora affrontato una peer review propria.

Quello che il paper fa bene

Prima delle critiche, devo riconoscere alla rassegna parecchi meriti; anche perché senza di essi non si capisce quanto materiale sia andato perduto tra la rivista e Instagram.

Divari a svantaggio maschile

La Sezione 3.4 ricorda che gli uomini hanno una probabilità circa tre volte maggiore delle donne di morire per droga, suicidio e alcol – le cosiddette deaths of despair – e che a livello globale vivono in media cinque anni in meno.

La 3.4.3 osserva che gli uomini ricevono meno diagnosi di depressione pur suicidandosi molto di più, e ne dà una spiegazione che sottoscrivo: le scale standard misurano sintomi come sentirsi giù o senza speranza, che gli uomini riferiscono meno, mentre la depressione maschile si manifesta spesso con comportamenti a rischio che quelle scale non catturano.

La 3.5.2 è dedicata ai divari scolastici a favore delle ragazze: i ragazzi vanno peggio in lettura e scrittura, studiano meno, e le donne sono ormai la maggioranza dei laureati.

Infine, la 3.6 ricorda che gli uomini sono non solo quasi tutti gli autori di omicidio, ma anche l’81% delle vittime, e che la violenza tra uomini – la maggioranza dei crimini violenti nel mondo – è stata studiata molto meno di quella contro le donne.

Prudenza sulla biologia

Nella Sezione 2.1 si riporta che le meta-analisi trovano associazioni solo deboli tra testosterone, aggressività e propensione al rischio, senza prove di un nesso causale; che i livelli ormonali sono influenzati a loro volta dal comportamento (negli uomini che si occupano di neonati il testosterone cala in modo marcato); ma anche che il ruolo del testosterone prenatale ha prove più solide, e che il peso relativo di biologia e fattori sociali resta una domanda aperta.

Sulle conclusioni avrò qualcosa da dire, ma la panoramica risulta corretta.

Risultati “scomodi”

La Sezione 3.6.5 cita uno studio della Banca Mondiale su un programma ruandese per coppie, pensato per prevenire la violenza domestica e promuovere l’uguaglianza di genere, che ha finito per aumentare la violenza [Cullen et al. 2025].

La 3.2.3 cita uno studio secondo cui i padri che cercano di rientrare nel mercato del lavoro dopo un’interruzione per motivi familiari vengono penalizzati più delle madri, perché le aspettative sul “lavoratore ideale” sono applicate agli uomini con più rigidità: esattamente il tipo di asimmetria di cui vorrei si parlasse più spesso [Weisshaar 2018].

Nella 2.3.2 c’è poi un lavoro di Dean et al. che propone le stesse affermazioni invertendo il genere (“i figli soffrono quando la madre lavora” contro “…quando il padre lavora”), e trova che gli atteggiamenti verso gli uomini in ruoli non tradizionali sono sistematicamente meno progressisti di quelli verso le donne [Dean et al. 2025].

Conclusioni interessanti

Tra le priorità della Sezione 6 c’è anche la valutazione di politiche per migliorare gli esiti degli uomini negli ambiti in cui i divari favoriscono le donne, e la domanda su come anche le donne possano rafforzare le norme di mascolinità. Viene anche citato Richard Reeves, che in Of Boys and Men propone di andare oltre la critica alla mascolinità tossica per definire identità maschili positive, che conservino ciò che di buono c’è nella mascolinità tradizionale.

Gli autori ci vedono una pista sperimentale: insegnare norme come la forza attraverso la vulnerabilità può migliorare gli esiti degli uomini?

Nell’articolo di Sky, Farci sostiene invece che non si debba sostituire un modello tossico con uno “positivo”. Posizione legittima, ma in tensione con una delle piste indicate dallo studio che si sta commentando – e il lettore non ha modo di accorgersene.

Come si misura la mascolinità

Lo strumento non se lo sono inventato gli autori: ne hanno preso uno esistente e ne hanno usato una parte.

Si chiama Conformity to Masculine Norms Inventory (CMNI), sviluppato da Mahalik e colleghi [Mahalik et al. 2003], ed è una delle scale più influenti nello studio della mascolinità. La versione originale misura undici dimensioni: importanza del vincere, controllo emotivo, propensione al rischio, violenza, dominanza, playboy, autosufficienza, primato del lavoro, potere sulle donne, disprezzo per gli omosessuali, ricerca di status.

Nella Global Masculinity Survey ne sono state usate cinque, con una frase ciascuna, che secondo la Sezione 5 corrispondono alle dimensioni che rinforzano la dominanza maschile, in particolare sulle donne e sugli uomini non conformi:

DimensioneAffermazione
Importanza del vincere“Vincere è la cosa più importante”
Violenza“A volte l’azione violenta è necessaria”
Evitamento della richiesta d’aiuto“Mi dà fastidio dover chiedere aiuto”
Controllo sulle donne“Mi piace quando gli uomini comandano sulle donne”
Disprezzo per gli omosessuali“È importante per me che gli altri mi considerino eterosessuale”

[Traduzioni mie; originali nella Sez. 5 dell’articolo.]

Il grado di accordo è stato chiesto su una scala a quattro punti: agli uomini di tutti i paesi coinvolti e, nella parte del sondaggio condotta online, anche alle donne. Accanto a questo indice (il CMNI-5), gli autori hanno misurato le norme tradizionali sui ruoli femminili e, sempre online, le credenze normative su come dovrebbero comportarsi gli uomini (“gli uomini dovrebbero mostrarsi forti anche quando hanno paura”, e simili).

È senz’altro un impianto più articolato di quanto facciano pensare i giornali, e questo gli va riconosciuto.

Detto questo, quattro osservazioni.

L’etichetta

Molte delle dimensioni non sono state utilizzate, e la scelta, va detto, non è stata fatta a tavolino.

Nel discussion paper si legge che, per ragioni di costo, sono state prese le cinque affermazioni più correlate con la versione a 22 item del CMNI in un’indagine australiana rappresentativa, Ten to Men: l’indice ridotto correla a 0,75 con quello completo e ne spiega il 57% della variazione [De Haas et al. 2025].

Quello che resta, però, gli autori lo interpretano come un indice di mascolinità della dominanza: legittimo, se si vuole studiare quello, ma problematico quando i risultati vengono raccontati come se riguardassero “le norme tradizionali della mascolinità” in generale.

C’è anche una tensione interna: nell’introduzione si sostiene che le norme di mascolinità non sono il semplice inverso delle norme sui ruoli femminili, e poi uno dei cinque item riguarda letteralmente il comando degli uomini sulle donne.

Per onestà, la Sezione 5 affronta il punto: le due misure sono correlate, ma più di metà della variazione nell’indice di mascolinità non è spiegata dalle norme sui ruoli di genere. La sovrapposizione insomma è presente, ma parziale.

L’item sull’omosessualità

“È importante per me che gli altri mi considerino eterosessuale” non esprime disprezzo, ma preoccupazione per come si viene percepiti2.

Dove essere ritenuti gay può causare emarginazione, causare la perdita del lavoro o peggio, quel punteggio può salire per ragioni di sicurezza personale anziché di ostilità – e un uomo gay non dichiarato potrebbe rispondere “molto d’accordo”. Proprio nei confronti tra paesi, la scala rischia di confondere la norma con l’ambiente che la sanziona.

Differenze di risposta tra uomini e donne

Se a una donna “piace quando gli uomini comandano sulle donne”, quella risposta non misura la stessa cosa che misura in un uomo.

Su questo punto il discussion paper è molto chiaro: il CMNI-5 non è interpretabile per le donne, perché l’accordo con quell’affermazione in una donna indica sottomissione, non dominanza, e quello con l’item sull’eterosessualità indica conformità alla femminilità tradizionale. Per questo, in tutte le analisi che includono donne, gli autori usano solo i primi tre item (il CMNI-3)3.

La cosa curiosa è che la Figura 1 della rassegna – quella che sostiene la prima regolarità empirica, “gli uomini aderiscono alle norme di mascolinità più delle donne in tutti i paesi” – confronta uomini e donne dei 32 paesi online proprio sul CMNI-5, cioè sull’indice che il lavoro di origine sconsiglia di usare per le donne.

I limiti dichiarati

Nella Sezione 2.3.2 gli autori scrivono che le misure di mascolinità esistenti confondono le preferenze personali (“ciò che mi piace”) con le credenze normative (“ciò che penso che gli uomini debbano fare”).

L’indice separato per le credenze normative va in quella direzione; però “mi piace quando gli uomini comandano sulle donne” è, alla lettera, una preferenza personale, ed è dentro l’indice principale.

Allo stesso modo, nella 2.3.4 si indica la necessità di validare le scale fuori dai campioni WEIRD (occidentali, istruiti, industrializzati, ricchi, democratici), e nella Sezione 5 le stesse scale vengono confrontate tra decine di paesi senza spiegare come il problema sia stato affrontato. Il discussion paper aggiunge qualche garanzia – traduzioni verificate, pesi campionari, confronti con il World Values Survey – ma la versione a cinque item risulta validata su dati australiani, e non vi ho trovato test di comparabilità della scala tra culture.

Segnalare un limite è onesto, ma non equivale ad averlo risolto.

Cosa dicono (e cosa no) i risultati

La Sezione 5 riassume i risultati in cinque “regolarità empiriche”:

  • gli uomini aderiscono alle norme di mascolinità più delle donne in tutti i paesi;
  • l’adesione diminuisce con l’età;
  • le norme di mascolinità sono correlate, ma non coincidono, con quelle sui ruoli femminili;
  • le norme predicono comportamenti in ambito sanitario, economico e politico, anche controllando per le norme sui ruoli di genere;
  • la maggior parte delle persone – uomini e donne – sovrastima quanto gli altri le condividano.

Per la quarta vengono citati tre esempi: una deviazione standard in più nel CMNI-5 si associa a +5,2 punti percentuali nella disponibilità a lavorare più ore; le norme di dominanza predicono maggiore propensione al rischio e peggiore salute mentale; l’adesione predice il sostegno a un “uomo forte” al comando – ed è quest’ultimo il risultato finito sui giornali.

Vediamo perché, a mio avviso, vanno presi con cautela.

Predittore ed esito si somigliano

Uno dei cinque item dice, come abbiamo visto, “mi piace quando gli uomini comandano sulle donne”; l’esito da predire è il sostegno a una leadership forte. Che le due cose vadano insieme non sorprende: in buona parte si rileva la stessa disposizione verso l’autorità e la gerarchia, una volta chiamata predittore e una volta risultato.

In psicometria si parla di contaminazione del criterio: la correlazione non è falsa, ma è in parte scritta nella definizione. Lo stesso vale, in misura minore, per “vincere è la cosa più importante” e la disponibilità a lavorare di più. Controllare per le norme sui ruoli di genere attenua il problema, ma non lo elimina.

Tutto viene dallo stesso questionario

Il discussion paper lo conferma: tutti gli esiti sono risposte allo stesso sondaggio, date dalla stessa persona nello stesso momento. La disponibilità a lavorare più ore nel lavoro attuale, la propensione al rischio su una scala da 0 a 10, l’uso della cintura di sicurezza, la disponibilità a rivolgersi a uno psicologo, i sintomi depressivi, il sostegno a un “uomo forte” o a un governo militare: tutto autodichiarato.

In questi casi la tendenza a rispondere “sì”, il desiderio di apparire coerenti e lo stile di risposta individuale gonfiano le correlazioni a prescindere da qualsiasi relazione reale (la cosiddetta common-method variance). Gli autori verificano che i risultati non cambino a seconda del sesso dell’intervistatore, il che attenua il problema della desiderabilità sociale; ma questo è un distorsore diverso, e non risolve quello del metodo comune.

Le curve si sovrappongono molto

La Figura 1 mostra, paese per paese, la distribuzione dei punteggi di uomini e donne. La differenza è statisticamente significativa ovunque (con ottantamila persone sarebbe strano il contrario), ma le due curve si sovrappongono per gran parte della loro area: conoscere il sesso di una persona dice relativamente poco sul suo punteggio. In Malaysia, l’unico paese con p-value 0,001 anziché 0,000, sono quasi indistinguibili.

Otto pannelli con le distribuzioni dei punteggi CMNI-5 di uomini (in blu) e donne (in rosso) in Grecia, India, Italia, Giappone, Malaysia, Messico, Paesi Bassi e Norvegia: in tutti i paesi le due curve si sovrappongono in gran parte, e in Malaysia quasi del tutto.

Distribuzione dei punteggi CMNI-5 (asse orizzontale, da 1 a 4) per uomini (blu) e donne (rosse) in 8 dei 32 paesi dell’indagine online; l’asse verticale è la densità, cioè l’area sotto ciascuna curva vale il 100% dei rispondenti di quel sesso.

A guardare i grafici, la separazione sembra poi più netta in paesi come Paesi Bassi e Norvegia che in Giappone; e, fuori da questo estratto, in Svezia, Danimarca o Stati Uniti più che in Repubblica Ceca. La rassegna non lo commenta, il discussion paper sì: i divari tra uomini e donne risultano più ampi nelle economie più ricche e paritarie, in linea con quanto trovato da Falk e Hermle per le differenze di genere nelle preferenze [Falk & Hermle 2018]. È un andamento interessante, che a mio avviso meritava spazio anche nella rassegna.

Due pesi, due misure

Fin qui ho contestato uno strumento. Ora passerei qualcosa di più sottile: la severità con cui la rassegna valuta le ipotesi, a seconda di quali siano.

Per capire se la competitività maschile abbia basi biologiche, gli autori rispondono, di fatto, a tre domande sul testosterone e arrivano a una conclusione prudente: l’idea che “causi” la mascolinità è semplicistica, e i livelli ormonali potrebbero essere in parte una conseguenza del comportamento.

È esattamente lo standard che chiederei anch’io. Il problema è che, facendo le stesse domande alle norme di mascolinità, le risposte sono molto simili, ma le conclusioni no:

TestosteroneNorme di mascolinità
Quanto è forte il legame?DeboleSempre debole (vedi sotto)
Ci sono prove che sia una causa?NoNo, per i risultati della Sez. 5
Potrebbe essere il contrario?Sì, e la rassegna lo discuteSì, ma non viene discusso
Conclusione della rassegna“Visione semplicistica”Le norme “plasmano la vita degli uomini”

Il punto meno ovvio è il primo. Per il testosterone la rassegna parla di associazioni “deboli”; per le norme di mascolinità, di “un risultato coerente” (rimandando alla meta-analisi di Wong et al. 2017) e di “relazioni robuste”, espressioni che dicono quanto spesso un legame si ritrova, non quanto è grande.

Per saperlo bisogna andare nel discussion paper: tra gli uomini intervistati circa il 45% è favorevole a un “uomo forte” al comando, e passando da un uomo con un punteggio di mascolinità nella media a uno più aderente di circa 8 uomini su 10 si sale a circa il 54%. Nel campione australiano usato per scegliere i cinque item, poi, le correlazioni tra l’indice e gli esiti non superano 0,14, su una scala da 0 (nessun legame) a 1 (legame perfetto)4: valori che in psicologia si considerano piccoli, cioè proprio il tipo di legame che per il testosterone la rassegna chiama senza esitazione “debole”.

Sulle altre due righe basta poco. I risultati della Sezione 5 vengono da un sondaggio fatto in un unico momento, che può mostrare che due cose vanno insieme ma non che una provochi l’altra, e gli autori stessi indicano il “ruolo causale” delle norme come tema da studiare in futuro5. E se per gli ormoni si considera che possa essere il comportamento a modificarli, per i risultati della Sezione 5 non si considera che siano il carattere o le abitudini di una persona a renderla più incline ad approvare certe affermazioni. Eppure l’introduzione afferma senza esitazioni che queste norme “plasmano la vita degli uomini”.

Voglio essere chiara: non sto sostenendo che il testosterone spieghi la mascolinità, bensì che una regola di inferenza, se vale, deve valere in tutte le direzioni.

Quando il salto è più lungo della gamba

Lo stesso squilibrio si nota in un paio di passaggi in cui le conclusioni vanno oltre le fonti.

La Sezione 3.3.2 sostiene che la perdita del lavoro, minacciando l’identità maschile, possa rendere gli uomini “emotivamente indisponibili o perfino violenti nelle relazioni”; ma l’unica fonte citata a sostegno di quella catena è uno studio di laboratorio sulla minaccia alla virilità e l’aggressività fisica [Bosson et al. 2009], e tra quel risultato e la violenza nella coppia mancano parecchi anelli.

La Sezione 3.2.2, secondo cui nel dibattito statunitense sui dazi il lavoro in fabbrica sarebbe stato presentato come virilità autentica e quello nei servizi come emasculante, non contiene una sola citazione (il discussion paper, per la stessa affermazione, rimanda a due articoli di giornale). Nell’articolo di Sky, però, trova ampio spazio.

Dalla rivista al carosello

Veniamo ora all’articolo di SkyTG24 [Columbro 2026] e al carosello che lo promuove.

L’articolo, va detto, ha diversi meriti. Riporta il link diretto allo studio, ne riprende la tesi con una citazione di Grosjean, parla dei comportamenti compensatori degli uomini che perdono il lavoro, e riporta tre proposte di Farci che mettono al centro anche il benessere degli uomini: riconoscere ai lavori di cura lo status che oggi non hanno, raccontare uomini che li svolgono, spezzare il legame tra essere uomo e portare i soldi a casa.

Ci sono però alcuni passaggi da guardare più da vicino6.

I giovani

Nell’articolo si legge che le idee tradizionali sulla mascolinità sarebbero particolarmente diffuse tra gli uomini più giovani.

Qui la questione è più sottile. Il discussion paper indica l’età come il predittore più forte dell’adesione; ma in una nota precisa che questo gradiente emerge solo nel sondaggio online, mentre nel campione rappresentativo faccia a faccia non si osserva un forte effetto dell’età.

La Figura 2, basata sui dati online, mostra effettivamente che l’adesione alle norme è più alta tra i giovani e cala con l’età. Ma mostra anche una seconda curva, quella delle credenze normative – quanto si pensa che un uomo debba comportarsi in un certo modo, cioè proprio ciò che l’articolo descrive – e questa non è più alta tra i ventenni: sale fino ai trent’anni circa e poi cala7.

Grafico con due curve in funzione dell’età, dai 18 ai 64 anni. La curva blu dell’adesione alle norme di mascolinità è stabile intorno a 2,6 fino ai 25 anni circa e poi scende fino a circa 2,3 a 64 anni; la curva verde delle credenze normative parte da 2,3, sale fino a circa 2,4 intorno ai 30 anni e poi scende sotto il 2,3.

Uomini del sondaggio online (32 paesi), al netto delle differenze tra paesi. In blu l’adesione alle norme di mascolinità, misurata con i tre item comuni alle due scale (CMNI-3); in verde le credenze normative su come dovrebbero comportarsi gli uomini; la fascia grigia indica il margine di incertezza delle stime (intervallo di confidenza al 95%).

Soprattutto, la nota 21 della rassegna avverte che dati trasversali come questi non permettono di distinguere l’effetto dell’età da quello della generazione: non sappiamo se i ventenni di oggi siano più tradizionalisti di quelli di ieri, o se semplicemente con gli anni si tenda ad aderire meno a queste norme.

In un articolo che si apre con Andrew Tate e la manosfera, “particolarmente diffuse tra i più giovani” verrà letto quasi inevitabilmente come una tendenza generazionale: esattamente l’inferenza che gli autori dichiarano di non poter trarre.

Le cinque dimensioni

L’articolo elenca le dimensioni misurate: autosufficienza, violenza, potere sulle donne, rifiuto dell’omosessualità e ricerca di status. Le prime quattro corrispondono, più o meno, a quelle del CMNI-5; la ricerca di status, invece, è una di quelle non selezionate, al posto dell’importanza del vincere.

Più dell’errore, però, pesa un’omissione: non viene riportato nessuno degli item. Il lettore non può sapere che “rifiuto dell’omosessualità” significhi “è importante per me che gli altri mi considerino eterosessuale”, né che il “potere sulle donne” voglia dire “mi piace quando gli uomini comandano sulle donne” – l’unica informazione che gli permetterebbe di valutare da solo quanto sia sorprendente la correlazione con il sostegno all’uomo forte.

Qui la divulgazione non semplifica: toglie proprio ciò che servirebbe per farsi un’idea critica.

Quello che via via sparisce

Nell’articolo di Sky non compaiono le morti per disperazione tre volte più frequenti tra gli uomini, i cinque anni di aspettativa di vita in meno, la depressione maschile sottostimata, i ragazzi che vanno peggio a scuola, l’81% delle vittime di omicidio, le politiche per gli ambiti in cui sono gli uomini a restare indietro, Reeves e le mascolinità positive.

Nel carosello il campo si restringe ancora. Restano Tate, la segregazione occupazionale delle donne, il sostegno ai populisti e l’idea che queste norme impongano agli uomini di “difendere costantemente la propria posizione di superiorità”, reprimendo le emozioni; spariscono i comportamenti compensatori e le proposte di Farci. E il titolo si presta molto più facilmente a essere letto come “c’è chi la difende per convenienza” che come “queste norme costano care anche a chi le segue”.

Una tirata d’orecchie, poi, se la merita. Né la rassegna né il discussion paper nominano mai Andrew Tate; l’articolo di Sky invece si apre proprio con lui, riprendendo un’analisi del Guardian sui suoi video, e il carosello lo mette subito dopo il titolo.

Non è un caso isolato: negli articoli che parlano di mascolinità, Tate compare con una regolarità quasi comica, e quasi sempre a sproposito. Il suo nome funziona come una scorciatoia: evoca in automatico misoginia, redpill, pick-up artist e manosfera assortita, e trascina con sé qualunque argomento gli venga messo accanto. Il dato citato da Sky – nei video di Tate si parla più di soldi che di donne – non è nemmeno fuori tema; ma accostare uno studio sulle norme che riguardano milioni di uomini comuni a un influencer accusato di stupro e traffico di esseri umani ottiene soprattutto un effetto.

Chi si sente chiamato in causa si mette sulla difensiva prima ancora di leggere, chi è già d’accordo trova una conferma, e un tema serio finisce in caciara. Non mi stupisce che i commenti sotto il carosello siano andati in quella direzione.

C’è infine un dettaglio, nella rassegna stessa, che trovo significativo: la nota 178. Prima di parlare dell’eccesso di mortalità maschile, gli autori sentono il bisogno di premettere che esistono anche problemi di salute che colpiscono soprattutto le donne, e che la medicina le ha a lungo svantaggiate. È una premessa difensiva, per non essere fraintesi; e faccio fatica a immaginare la nota speculare in un testo su un divario che penalizza le donne.

Telefono senza fili

Nulla di tutto questo riguarda solo Sky, né solo questo tema: è quello che succede quasi sempre quando un paper accademico arriva al grande pubblico.

Un articolo scientifico è lungo, tecnico, pieno di cautele, spesso a pagamento (questo, per fortuna, no). Pochissimi lo leggono: si legge l’articolo di giornale che lo racconta, più spesso il titolo, e sempre più spesso il carosello che riassume l’articolo. A ogni passaggio lo spazio si restringe, e le prime cose a saltare sono proprio quelle che servirebbero per valutare un risultato: come è stato misurato, su chi, quanto è grande l’effetto, cosa gli autori stessi dicono di non poter concludere. Restano la tesi e qualche numero, che a quel punto sembrano molto più solidi di quanto siano.

Non credo sia sempre malafede: un titolo deve incuriosire, un carosello ha poche slide, e chi scrive per un giornale raramente ha il tempo di leggere cinquanta pagine più l’appendice. Ma proprio per questo chi fa divulgazione dovrebbe rendere facile risalire alla fonte – titolo, autori, link diretto – e riportare almeno i limiti principali. Altrimenti un’informazione parziale circola con la stessa velocità di una sbagliata, e da fuori è difficile distinguerle.

Poi c’è il passaggio successivo. Sotto il carosello qualcuno ha espresso dubbi, spesso in modo sbrigativo; la risposta, arrivata con un reel, è stata in sostanza che chi critica non ha le competenze per farlo, dato che l’autrice dell’articolo è un’esperta. È un argomento d’autorità, un ipse dixit, e non aiuta nessuno: le competenze contano, ma non sostituiscono gli argomenti, e un’analisi solida dovrebbe reggere anche alle domande di chi esperto non è. Tanto più che chi aveva visto solo il carosello non aveva nulla con cui verificare – né per dare torto all’articolo, né per dargli ragione.

In sintesi

La rassegna è, nel suo genere, un lavoro rispettabile: ampio, spesso onesto sui propri limiti, attento a divari che di solito nessuno nomina, e con una tesi di fondo che mi pare difendibile. Ma la sua parte empirica poggia su un indice interpretato come misura della dominanza, con item che in parte si sovrappongono agli esiti che dovrebbero predire, confrontato tra uomini e donne nonostante il lavoro di origine avverta che per le donne non è interpretabile, e tra paesi senza test di comparabilità riportati; e i suoi risultati, tutti autodichiarati, sono di entità modesta. E le tre domande che la rassegna pone con rigore all’ipotesi ormonale non vengono mai poste con la stessa severità alle norme di mascolinità.

L’articolo di Sky, a sua volta, presenta un dato sui giovani omettendo le avvertenze degli autori e metà del grafico, e descrive lo strumento senza riportarne gli item. Il carosello lascia per strada quasi tutto ciò che riguarda i costi pagati dagli uomini.

Permettetemi un’ultima osservazione. Nello stesso articolo in cui una correlazione viene giustamente riportata come “positiva, statisticamente significativa e sostanziale”, Farci afferma, a proposito del partito di Vannacci:

Posso assicurare che all’interno dei gruppi della manosfera italiana sono state reclutate persone poi entrate nel suo partito.

Nessuna fonte, nessun dato: solo “posso assicurare”. Due standard probatori piuttosto diversi, a poche righe di distanza.

Una nota finale personale

Non ho scritto questo articolo per dimostrare che le norme di mascolinità non esistono, né che non abbiano conseguenze. Diverse cose descritte nella rassegna mi convincono, e la sua tesi di fondo – studiare anche gli uomini in quanto uomini – la condivido al punto di averla fatta mia in molti lavori su questo blog.

Quello che contesto è il passaggio da un costrutto misurato con cinque frasi a titoli su “conseguenze economiche” e “difesa della mascolinità”; e soprattutto, che gli stessi criteri di prova valgano o meno a seconda dell’ipotesi da giudicare.

Non sono un’economista né una psicometrista; ma, come scrivevo già a proposito di Measuring Patriarchy in Italy, niente di tutto questo richiede competenze specialistiche: basta leggere gli item, guardare le didascalie delle figure, seguire le note a piè di pagina e controllare se una regola viene applicata in entrambe le direzioni.

Naturalmente posso aver sbagliato qualcosa: se qualcuno vorrà farmelo notare – nel merito, e con riferimenti precisi – lo leggerò volentieri.


Bibliografia

[Baranov et al. 2025] Baranov V., De Haas R., Grosjean P. e Matavelli I., Misperceived masculinity norms: evidence from 32 countries, manoscritto inedito. ^

[Bosson et al. 2009] Bosson J. K., Vandello J. A., Burnaford R. M., Weaver J. R. e Arzu Wasti S., Precarious manhood and displays of physical aggression, Personality and Social Psychology Bulletin, 35(5):623–34, 2009. ^

[Columbro 2026] Columbro D., Perché difendere la mascolinità tradizionale è anche una questione economica, SkyTG24, 28 agosto 2026: https://tg24.sky.it/economia/2026/08/28/uomini-lavoro-mascolinita-populismo a b

[Cullen et al. 2025] Cullen C., Alik-Lagrange A., Mũthoni N. e Vaillant J., The unintended impacts of an intimate partner violence prevention program: experimental evidence from Rwanda, Policy Research Working Paper 11040, World Bank, 2025. ^

[Dean et al. 2025] Dean J., Exley C., Niederle M. e Sarsons H., Measuring gender attitudes toward men and women, manoscritto inedito, 2025. ^

[De Haas et al. 2025] De Haas R., Baranov V., Matavelli I. e Grosjean P., Masculinity around the world, CEPR Discussion Paper 19493 (versione 5), Centre for Economic Policy Research, 2025. a b

[Falk & Hermle 2018] Falk A. e Hermle J., Relationship of gender differences in preferences to economic development and gender equality, Science, 362(6412), 2018. ^

[Mahalik et al. 2003] Mahalik J., Locke B., Ludlow L., Diemer M., Scott R. et al., Development of the Conformity to Masculine Norms Inventory, Psychology of Men & Masculinity, 4(1):3–25, 2003. ^

[Matavelli et al. 2026] Matavelli I., Grosjean P., De Haas R. e Baranov V., Masculinity Norms and Their Economic Implications, Annual Review of Economics, 18:127–55, 2026 (online dal 13 marzo 2026). DOI ^

[Parent & Moradi 2009] Parent M. C. e Moradi B., Confirmatory factor analysis of the Conformity to Masculine Norms Inventory and development of the Conformity to Masculine Norms Inventory-46, Psychology of Men & Masculinity, 10(3):175–189, 2009.

[Weisshaar 2018] Weisshaar K., From opt out to blocked out: the challenges for labor market re-entry after family-related employment lapses, American Sociological Review, 83(1):34–60, 2018. ^

[Wong et al. 2017] Wong Y. J., Ho M. H. R., Wang S. Y. e Miller I., Meta-analyses of the relationship between conformity to masculine norms and mental health-related outcomes, Journal of Counseling Psychology, 64(1):80–93, 2017.


Note

Footnotes

  1. I 70 paesi ci sono davvero, ma la Global Masculinity Survey unisce due indagini diverse: una faccia a faccia e rappresentativa in 44 paesi, dove il questionario sulla mascolinità è stato posto solo agli uomini, e una online in altri 32, rivolta a uomini e donne, con un campione più istruito e urbano della media [De Haas et al. 2025]. I risultati sull’uomo forte e sulle ore di lavoro usano tutti i 70 paesi; tutto ciò che confronta uomini e donne – compresa la Figura 1 della rassegna – si basa invece solo sui 32 paesi online. ↩

  2. Già nel 2009, sviluppando la versione ridotta del CMNI (il CMNI-46), Parent e Moradi raccomandavano di rinominare questa sottoscala Heterosexual Self-presentation, cioè “presentarsi come eterosessuali”, osservando che nessuno degli item originali misura davvero sentimenti verso gay e lesbiche: riguardano tutti l’importanza di apparire eterosessuali, o di non essere scambiati per gay [Parent & Moradi 2009]. ↩

  3. Although we also administered the CMNI to women in the online sample, the scale was not originally designed for women, and a five-item aggregate score is not readily interpretable for female respondents. Not all items capture greater ‘dominance’ in women. While endorsing violence, prioritizing winning, and avoiding help indicate a more dominant or traditionally masculine presentation, agreement with “I like it when men are in charge of women” indicates submission in a female respondent, not dominance. Likewise, endorsing heterosexual presentation reflects conformity to traditional femininity rather than masculinity. Accordingly, in analyses that include women we construct a three-item index (CMNI-3) based on the first three items, which unambiguously indicate stronger adherence to masculine ideals for both men and women.

    Sebbene abbiamo somministrato il CMNI anche alle donne del campione online, la scala non era stata originariamente progettata per le donne e un punteggio aggregato basato su cinque item non è facilmente interpretabile per le intervistate. Non tutti gli item riflettono una maggiore “dominanza” nelle donne. Mentre l’approvazione della violenza, la priorità data alla vittoria e l’evitare di chiedere aiuto indicano un atteggiamento più dominante o tradizionalmente maschile, l’accordo con l’affermazione “Mi piace quando gli uomini comandano sulle donne” indica sottomissione in un’intervistata, non dominanza. Allo stesso modo, l’importanza data al presentarsi come eterosessuali riflette la conformità alla femminilità tradizionale piuttosto che alla mascolinità. Di conseguenza, nelle analisi che includono le donne costruiamo un indice a tre voci (CMNI-3) basato sulle prime tre voci, che indicano in modo inequivocabile una maggiore adesione agli ideali maschili sia per gli uomini che per le donne.

    Il discussion paper non è coerente nella formulazione: nell’elenco degli item, come la rassegna, scrive “I love it when men are in charge of women”, mentre in questo passaggio scrive “I like it”. Dato che il senso non cambia, nel testo traduco sempre con “mi piace”. ↩

  4. Una curiosità, sempre nell’appendice di validazione del discussion paper: il testo afferma che le correlazioni del CMNI-5 con la violenza nella coppia sono significative all’1%, ma nella tabella accanto (Tabella A1) il coefficiente è −0,01, senza alcun asterisco di significatività – sia per il CMNI-5 sia per la versione completa a 22 item. ↩

  5. Altrove la rassegna cita qualche lavoro “quasi-sperimentale”, cioè studi che sfruttano situazioni reali capaci di avvicinarsi a un esperimento: per esempio gli effetti di lungo periodo degli squilibri numerici tra uomini e donne nell’Australia coloniale. Il discussion paper, a sua volta, confronta generazioni dello stesso paese esposte o meno a conflitti armati in giovane età. Ma questi lavori riguardano da dove vengono le norme, non i loro effetti, e non sono quelli su cui poggiano i risultati rilanciati dai media. Quanto alla possibilità che sia il temperamento a spiegare tutto, il discussion paper aggiunge tra i controlli la competitività e la propensione al rischio dichiarate, e l’associazione regge; ma questo esclude una possibile terza variabile, non chiarisce da che parte vada la freccia. ↩

  6. Un passaggio che invece regge meglio di quanto pensassi: l’articolo afferma che nei paesi più ricchi, Stati Uniti compresi, gli uomini tenderebbero ad aderire di più alle norme di mascolinità. Nella rassegna non c’è, ma c’è nel discussion paper: l’adesione risulta correlata positivamente con il PIL pro capite (al netto delle norme sui ruoli di genere e del continente), e gli Stati Uniti hanno il punteggio più alto tra i paesi occidentali, paragonabile a quello della Russia. L’attribuzione è quindi imprecisa più che sbagliata; si perde solo un dettaglio, cioè che l’Europa occidentale è tutt’altro che omogenea, con Svezia e Danimarca molto più in basso di Regno Unito e Germania. ↩

  7. Vale anche la pena guardare la scala: l’asse verticale della Figura 2 va da 2,2 a 2,6, su un indice che va da 1 a 4. Le differenze tra fasce d’età sono di pochi decimi di punto. ↩

  8. At the same time, there are specific medical issues that disproportionately affect women. Moreover, medicine on average has been viewed through a supposedly gender-neutral lens that in reality may disadvantage women, as medical research and treatment protocols have historically been developed primarily based on male subjects and experiences. These are real and important issues that deserve attention. However, they do not negate the fact that men also suffer from gender-specific health issues, such as deaths of despair, which are influenced by masculinity norms and merit investigation.

    Allo stesso tempo, esistono problematiche mediche specifiche che colpiscono in modo sproporzionato le donne. Inoltre, la medicina è stata in media considerata attraverso una lente apparentemente neutra dal punto di vista del genere che, in realtà, può svantaggiare le donne, poiché la ricerca medica e i protocolli terapeutici sono stati storicamente sviluppati basandosi principalmente su soggetti ed esperienze maschili. Si tratta di questioni reali e importanti che meritano attenzione. Tuttavia, ciò non nega il fatto che anche gli uomini soffrano di problemi di salute specifici legati al genere, come i decessi per disperazione, che sono influenzati dalle norme di mascolinità e meritano di essere approfonditi.

    ↩

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